RACHELE… a casa
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Salì le scale di fretta, non aveva voglia di incontrare nessuno. Il portone si chiuse alle sue spalle ed il caldo restò fuori, come gli scampoli di tempo senza ombra di grazia, lasciati in strada. Versò il contenuto della borsa sul tavolo da cucina, la gettò nella spazzatura.
Cominciò a spogliarsi. Il sudore strideva sulla pelle e bruciava. Si impose la calma, mentre, con le forbici da cucina, tagliò in due quel cilicio di tessuto aderente, facendolo cadere a terra come un brandello di sporcizia dotato di vita propria che andò a far compagnia alla borsa ormai vuota.
Si sentì meglio. Preparò un bagno ricco delle sue schiume ed essenze. L’odore di lavanda era lenzuolo di madre, era sonno tranquillo e calma di riposo, era infanzia d’accudimento e un bacio di sposo tenero, era il sogno di ragazza e respiro di neonato. Era il tanto che non ricordava più. Si immerse nell’acqua mentre tentava di mandar via il trucco in fretta, come dovesse staccarsi di dosso una medusa dal contatto urticante.
Si rilassò, mentre le lacrime le scendevano ed il respiro si faceva lento e rumoroso. Aprì il buffet della stanza da pranzo, si guardò nello specchio, in candore di spugna, come modella nel carosello di borotalco. Si versò un liquore alla liquirizia nel gran calice liscio. Beveva da donna, Rachele, chè di aliti penosi e sbronzi d’uomo ne aveva sentore che faceva sanguinare il naso ad ogni ricordo, ad ogni disgraziata occasione.
Si sentì pulita, finalmente, e pianse nel tamponare quei segni della memoria e sentì ancora il dolore di lama alla base del collo. La cicatrice non c’era più sulla pelle, ma era rimasta dentro a bruciare e ricordò in un brivido quella sera violenta in cui perse soldi e faccia e perse tanto sangue dall’utero che salvò per miracolo, nel ventre che rimase, da allora, infruttuoso. Comparve nella pagina di cronaca del “Messaggero”, il giorno dopo, con tanto di nome e cognome, ed ebbe vergogna, come fosse una colpa subire il disprezzo, come ci fossero nelle sue viscere tutti gli stupri del mondo, chè il sangue è sangue uguale per tutte, della ragazza di casa, come di chi si ritrova incastrata, per chi batte i tacchi col culo in mostra, per chi li poggia su una scrivania, su letto d’albergo, su un divano, su cuscini di seta come principessa senza diritti. Da allora andò più accorta, più incazzata, più sollevata, perché di chi l’aveva ridotta così riuscì a liberarsi, guardandosi le spalle da sola, giostrando le richieste penose e innaturali, sulle quali rideva, acquisendo un pessimo sentire verso il mondo maschile. Il ricordò svanì, oramai stanco di tormentarla, e lei tornò a girare per casa, come non l’avesse mai vista prima.
Si mise a guardare i suoi vecchi libri, i romanzi da sfogliare con il piacere della carta porosa tra le dita, senza smozzicamenti di lacca rossa sulle unghie.
Suonò il citofono e salì Caterina.
- ‘A stronza, me lasci così?
- Lo sapevi.
- Si, ma…
- Fatte ‘na doccia.
- Sei ‘na signora, l’ho sempre detto…
- ‘Na mondana, Caterì, è peggio de ‘na mondina. E l’asciugamani sta…
- Lo so!
- Lavate bene che le mignotte nun ce le vojo più.
- Sissignora!
- Son la mondana, son la sfruttata e son la proletaria che
giammai tremò….
- Sei ciucca?
- Un po’, Caterì.
Rachele si accorse del biondo esagerato sui capelli sfarinati dalle troppe tinture della sua amica. Prese l’ovatta struccante e le pulì bene il viso, gli occhi e le labbra. Caterina era oramai stanca e provata dal mestiere e non aveva che quel bene di figliola ignara e lontana, ancora da sistemare. L’ovatta si fece di tanti colori, come uno straccio per pulire i pennelli.
Si scambiarono uno sguardo, si abbracciarono forte, in silenzio.
- Rimani da me, Caterì, rimani, e poi dobbiamo ancora brindare, sul serio, al mio pensionamento.
- Beata a te, io devo ancora pensà a mi fija…
- Nun te preoccupà, nun te sentì sola…
Qualche ora dopo, si ritrovarono nel letto, ancora a ridere, a chiacchierare, a dire fesserie, a darsi la buonanotte che era già mattino.
Danis