Lo scialle rosa

Ho amato sempre sciarpe e scialli, specie se di materiale leggero e fiorato, come quelli che confezionavo con stoffe in maglina e che rifinivo con fantasia. Ne costruivo annodando foulards di seta indiana, di diversi colori, da girare più volte attorno al collo. Di lana morbida, per l’inverno, li lavoravo all’uncinetto, e mi piaceva intonarli alle gonne nelle primavere dolci per il clima e per l’età, in colore con nastri legati sui capelli lunghissimi in treccioline sottili. Erano ornamento e non costrizione.
Ancora mi piacciono questi ammennicoli femminili, segni di un tempo perso in dolcezze di cui aver pudore, sebbene più sobri, da poggiare su spalle piccole, che non hanno forza per sostenere le malinconie che durano e scapricciano a cambio stagione.
Lo scialle più pregiato che ricordo era in seta sottilissima, dono che mia zia mi aveva promesso da tempo. Ricamato a mano con motivo di fiori, color rosa antico, faceva immaginare un mondo fiabesco, era portafortuna per una vita intera, quando ancora tutto sembra possibile, era sogno di chi non conosce l’amore e lo aspetta. Sembrava uno svolazzo di soffitta colma di cappellini e velette, di merletti costruiti con occhi di fanciulla, di bauli ricolmi di perline in cui tuffare le mani.
Era in una busta di nylon, piegato con cura. Lo aprii appena, vidi le frange lucenti, oltre la carta velina, mi sembrò troppo pregiato per me e, appena aperto, si stracciò, per consunzione del tempo, all’istante.
“Come la mela che rosseggia sul ramo più alto…”, dice Saffo, con un’immagine lirica struggente. Le cose belle non si fanno prendere…
Calma di tempo
Tempo di calma
Chissà se continuerò a respirare l’aria densa, calda e sgradevole che offre la città, ad un passo da binari e ferrovia, o le particelle luminescenti di un po’ di mare, sabbia in cui affondare, sole da cui ripararsi con vezzo d’abituccio stile anni cinquanta, una lettura smozzicata, un po’ di vecchie cose da sistemare. Dovrò comprare qualcosa di velenoso per chi attenta alla purezza dei miei fiori, e destinare l’ottopermille ad opere di beneficenza. Una cucina nuova, il servizio da caffè da tirar fuori dalla credenza, gli orecchini da regalare alla nipotina, per rallegrare ulteriormente il suo viso di ragazza, meno pantofole in giro, forse, ed un accappatoio delicato, perché il tempo regala distacco dalle cose, insieme con la fretta di vivere bene ed una nuova maniera di stare in contatto con persone senza rincorrere chi si lascia ricordare per dolcezza. Gli occhiali nuovi per vedere meglio e per celare certe espressioni spente., voglia di camminare con le scarpe da tennis e tempo che si fa stanco di novità, eppure spera. Voglia di sfogliare giornate e, letti i libri degli amici, ricominciare con quelli che da tempo, vergognosamente, ignoro. Dalle avventure d’infanzia per carezza nostalgica, alle novelle che mi sfuggono, che se ne vanno via, come sdegnate, al mio passaggio veloce di straccio antistatico per polvere che fa il solletico agli acari. Il televisore è ancora buona, di quelli vecchiotti, di gran lunga l’elettrodomestico meno amato e più soporifero.
Un po’ per noia e anche per disaffezione al mio scrivere che non trovo più all’altezza di essere proposto; per la vita cui occorre cambiare l’abito per non riacciuffare i grovigli negli armadi che non hanno scheletri, ma larve scontente e satolle, per la malinconia di voler bene a chi non si può guardare negli occhi e di dovere solo immaginare chi merita affetto che passa su uno schermo con meccanismi che spesso mi confondono.
Per questi, ed altri motivi, aspetto che torni un po’ di serenità.
Potrei, per miracolo, ritrovare le parole quasi belle che un tempo sapevo scrivere, impararne di nuove, senza l’angoscia di compiacere o la fretta che induce a superficialità non desiderate.
Tornerò a trovarvi presto. Vi abbraccio di cuore e vi ringrazio.
Danis
(Notte su Splinder)

Si fa giorno con pensieri impoveriti e dedicare tempo proprio a chi il tempo lo erode obbliga ad una continua ricostruzione, come i buoni propositi che comparivano nelle letterine da mettere sotto il piatto, con la porporina incollata.
Comincia a mugugnare la mattina, a porre domande, mentre oramai, come interlocutrice dispettosa, obbliga a piccole consapevolezze.
Ed i grandi temi esistenziali, le questioni seppellite dentro fogli di vecchi libri, tornano con l’ingenuità di una nuova esistenza, quella della commiserazione.
E’ proficuo il distacco dalla materialità, frutto dell’età che si avventa con la cattiveria delle streghe e dei lupi cattivi, ma tutto fa spazio a malesseri improvvisi come fastidi di ruvida lana che con l’umidità diventa un cilicio senza riscatto o pentimento.
Arrivano sogni da decifrare e l’assillo di ricordi, di nostalgia.
Ritorna appieno, come consolazione degli afflitti, quello spazio accanto alla fermata del tram, uno scampolo di muro destinato a quell’abbraccio cui è seguita una lettera che quella vicinanza esaltava, con la sommessa eppur frenetica amorevolezza degli anni troppo giovanili per un istante breve che diventerà eterno.
Chissà cosa rimane se la notte diventa momento di ticchettio forzato. Orologio e tasti in sincronia consumano ciò che ci spetta.
La tristezza è un sentimento degno di essere coltivato senza farne punizione per nessuno. Rimane, in queste notti, una comunicazione innaturale che spazientisce ed a volte inganna.
Non più sguardi da scambiare e voci che arrivano dritte ai centri dell’emotività, del riso e del pianto, non più attese, gettoni, fogli da riempire e frasi da annotare ai bordi di un libro, neppure un orario di cena o un richiamo materno, e nemmeno speranze e aspettative per quando si diventerà grandi.
E’ passato il più, ora ci sono persone lontanissime e pensieri non condivisibili, rimpianti e vecchie foto, segreti da coccolare. Mi viene incontro un mondo che nasconde qualche morso pericoloso.
Non apprezzo i fiori che mi vuoi offrire al ristorante, non voglio rinunciare a due parole da scambiare senza preoccupazioni o ipotesi snervanti.
Penso alle amicizie consunte, alle persone che mi hanno lasciato per sempre ed alla bella stagione che aveva carezze e camicine leggere; ed ora si rinuncia a farsi belle, con un frettoloso taglio di capelli per risparmiare tempo, denudando le spalle con crescente imbarazzo, per reinventare ancora l’imbroglio di cavarsi gli anni, come fossero vergogna e non esperienza da spartire, come si trattasse dei formaggini al cioccolato, appiccicaticci nella stagnola dorata, da far fuori in fretta, nell’ombra del cinema parrocchiale.
Danis