La Belva Del Deserto
(FRUTTUOSA INTEGRAZIONE)

Lui è un tipo piccolino, il suo nome italianizzato è Aldo, ma potrebbe essere Abdul o Mohamed, o altro ancora. Da tempo gestisce, insieme ad altri due connazionali, una bottega di frutta e verdura a due passi da casa. E’ particolarmente simpatico e allegro. Nei negozi di questo tipo, che vendono cose buone e convenienti, non ci si formalizza se si tolgono le foglie esterne della lattuga o se si scelgono con calma i frutti uno per uno. Le buste sono gratis, diversamente che nei supermercati, che hanno prezzi più alti per prodotti simili e telecamere a circuito chiuso che vogliono dire: tu sei una potenziale ladra, attenta che ti becchiamo. Il saluto è sempre caloroso e i ragazzi si offrono di portare le buste pesanti in auto, senza problemi. L’omaggio di odori è internazionale e un po’ di prezzemolo non si nega a nessuno. Se la rucola non è tanto fresca, diventa omaggio della casa. Le signore sono accolte col sorriso e vedo tantissimi uomini che, in questo quartiere popolare, fanno la spesa con occhio esperto. Al muro molte cartoline e tanto da sfrugugliare, nelle cassette, come ci si trovasse al mercato generale.
Aldo sta alla cassa, guarda appena il contenuto delle buste, pesa, fa calcoli rapidissimi e tira fuori scontrini in quantità. E’ velocissimo, e tiene la musica araba ad alto volume cantandoci sopra e muovendosi come Rocky Roberts in miniatura. Col mio cazzeggio infinito chiedo il significato dei termini di queste brutture dal gorgheggio ondulante e punitivo per i timpani anche meno raffinati. L’ultima volta che ci siamo visti, rideva per la mia imbranaggine nel tentare una pronuncia che è piuttosto diversa dalla mia. Aldo non c’è più alla “Belva del Deserto”, mi dicono che si è trasferito e mi dispiace un po’.
Ieri lo trovo vicino casa di mio padre, in un negozio, in piazza, dove prima c’era la sussiegosa Farmacia di dottori da padre in figlio come i Ciccarelli, fiscali e anche un po’ stronzi, che ricordo sempre zeppi di clienti, quando l’elimina code era inesistente. Aldo è sorpreso, mi abbraccia e mi dà i bacetti sulle guance, poi vede mio marito, anche lui affezionato cliente e, un po’ imbarazzato, ammolla abbraccio e bacio anche a lui. Scambiamo due parole festose. Mio padre, scopriremo di lì a poco, è chiamato “nonno” e ha quindi acquistato un “nipote” sveglio e canterino…Abbiamo il cesto di arance senza dover andare in galera!
Danis
Visita medica
***
Mi è capitato, di recente, di ricorrere per la prima volta al servizio di una ASL con cui avevo concordato da tanto tempo un appuntamento. Nel centro che abitualmente mi segue i medici agiscono seguendo norme rigorose per quanto riguarda la privacy ed il buonsenso. Nessuno viene chiamato per cognome. Il curante si affaccia e viene incontro al paziente con un cenno. Sono anni che affido a questa struttura i miei patemi metabolici. Stavolta avevo bisogno di indagare meglio una serie di disturbi e sono stata ricevuta, a titolo di amicizia, da una dottoressa più propositiva in un centro periferico dove certe indagini sono possibili.
L’entrata della struttura ha un numero enorme di barriere architettoniche e il tutto assomiglia alle costruzioni anni ’50, consumate dal tempo e dal continuo viavai. Il vetro della porta d’entrata già rivela un certo carattere “decadente”. Un cartello scritto con pennarello riporta la dicitura “La porta non funziona” e il tutto è tenuto insieme da strisce di nastro isolante color cachi, di quelli usati per le spedizioni di imballi, che fa supporre che contro quella porta si può sbattere anche la testa. L’accettazione ha uno o due soli sportelli e il chiacchiericcio è forte. Nella piccola sala d’attesa, a corto di sedie, si legge, sempre con pennarello aggressivo, un altro cartello: “Si prega di non mettere le urine sul banco”. Pare che non chiudere i contenitori sia un brutto vizio…Il bagno lascia a desiderare e nel foglio rilasciato dal centro c’è una postilla inquietante: “Si prega di attenersi ad una scrupolosa igiene personale”.
Mi guardo intorno. Una ragazza piange forte perché, dopo aver perso 25 chili, stavolta ha messo su 500 grammi. Qualcuno la consola e mi avvicino perché gli ambienti medici sono posti che frequento più di pizzerie, cinema, centri di conferenze, teatri…Le passo il solito fazzolettino di carta, ne porto sempre in abbondanza, e cerco di farle capire che non è il caso di tanta disperazione, anche se la vedo stanca e stressata. Una anziana signora indossa un abito decisamente anni ’40, in stoffa a fiori giganti con gonna che le si alza nel posteriore. Osservo i piedi della gente. Noto le tante caviglie gonfie e lo strazio di piedi malconci dentro scarpe un po’ arrangiate, sandali sopra pedalini e rossori nascosti come si può. Al muro, un poster che illustra brutte ulcere non rallegra affatto l’ambiente. Arrivano due extracomunitari che capiscono poco l’italiano. Viene loro spiegato come usufruire del servizio, con parole ad alta voce, ma questo non potrà certo renderli poliglotti. Ho la mia borsa con l’agenda ed i referti in una borsa chiara, da studentessa. Accipicchia, qui tutti hanno le buste del supermercato. I nomi vengono gridati. Se un disgraziato si chiama “Stronzo Alfredo” tutti possono dileggiarlo. Sono in ansia perché un altro studio medico mi attende nel pomeriggio e sono sveglia dalle 3 del mattino. Non c’è un distributore di merendine o bevande e vado a prendere un caffè in un bar un po’ distante, molto “sgarupato”. Alla fine la dottoressa mi fa entrare e ne esco con le idee più chiare. Ho un consulto veloce con un certo professore e una dieta incoraggiante. Corro via per la visita pomeridiana.
Un pensiero mi rimane in mente. Al momento dell’anamnesi, l’infermiera che mi vede per la prima volta sembra conoscermi da tempo. E ad ogni mio elenco di accidenti risponde con grande partecipazione emotiva, come volesse darmi coraggio e conforto: “Poraccia, ma guarda sicche robba, er male nun se compra, però ammapete, nun te manca gnente…ecchedè, pure mì cognata…e mì cuggina, e mì madre…” Alla domanda che viene rivolta a tutte le donne, circa il menarca, l’età in cui sono comparse le prime mestruazioni, mi chiede: “A che età sei diventata signorina”? E’ un modo molto chiaro per farsi intendere, mi ricorda un detto d’altri tempi. Forse è un approccio gentile. Mi fa sorridere.
Danis
SPAZZATURA…
E’ finita l’ora di rieducazione posturale e mi appoggio alla parete come fosse possibile appiglio o io fossi mosca d’altura con zampette aderenti, ma mi accorgo che la parete è liscia e non offre altro che la certezza di un momento che, benchè indesiderato, devo vivere…L’ansia piega le gambe, ed il senso di paura è forte. Uno dei tanti momenti difficili…
Davanti al mio oculista mi siedo sullo sgabello del “controllo del fondo”, un’espressione che sento inquietante. Indosso una felpa verde oliva su jeans scomodi. Il sedile è piccolo ed attaccato al termosifone, mi sento spaesata, catturata da uno spazio che mi regala una nuova dose di paura, mi contraggo, anche per non bruciarmi il culo, e spiego questo scatto allo specialista il quale, nonostante abbia appena tenuto in studio una bambina quasi cieca, che ho gentilmente fatto passare avanti, si meraviglia delle mie difficoltà, pur riconoscendomi (bontà sua) notevoli “risorse”. Parliamo quindi delle “kafkiane realtà del virtuale” per associazione d’idee, giacchè il mio nome ed i miei referti mi dice di non poterli più conservare nel suo personal computer (un ammenicolo davvero molto personal, essendo suo e non della ASL che non dispone di tali mezzi). La legge sulla privacy gli impedisce infatti di custodire in un suo portatile i dati di un paziente disponibile e ben contento di non doversi portare dietro certificazioni di anni di storia clinica.
La privacy va invece a farsi benedire in Pronto Soccorso, dove una striscia di giallo adesivo, zozzissima, delimita la distanza di sicurezza tra un parente in coda e l’altro. C’è un particolare che noto: sembra una scena de “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso” di Woody Allen. L’operatore ha un microfono e, a domanda discreta, risponde nell’amplificazione: “Lei è la moglie del signore con emorroidi esterne, diarroico, che sta vomitando le 30.500 lenticchie e ha tentato con il cotechino un…?”…”Emh, dov’ è mio marito?“ “Nella brandina accanto a quella signora che ha messo troppe supposte di glicerina che si sono congelate in loco, la signora con il pigiama giallo a pallini blu”. Ed è una spazzatura materiale ed è pattume morale vedere una stanza piena di ricoverati con fasciature e genitali in vista, tutti assemblati in una ambiente piccolo dove c’è un via vai di persone che trasbordano i pappagalli traboccanti di urina verso il cesso, per poi riporlo accanto all’acqua minerale, che, con il caldo che fa e l’odore che regna, sembra urina non troppo concentrata. Chi non vede bene è perduto!
Ancora, le vecchie panche arrugginite in latta bianca, di una ASL di sessant’anni come minimo. Il calcolo è preciso, fatto insieme ad una ragazza che deve controllare la pressione oculare. Appiccicati al muro, manifesti di feroce terrorismo psicopatofobico, con illustrazioni di esoftalmi, congiuntiviti, glaucomi, cecità neonatale e l’invito a vaccinarsi. Intanto nel bugigattolo ricavato dallo studio del medico di famiglia, una infermiera prende ordinazioni telefoniche e la privacy latita: “Ah , è lei, signora Angioletti? Mi dica…sì, è per sua nipote Veronica, ho capito. Sì, le lascio la ricetta della pillola anticoncezionale dal farmacista, la ritira domani…?”. Ma io la signora Angioletti, che ha compiuto da poco gli 80, la conosco da sempre e conosco bene Veronica, la cui mamma era alle elementari con mia sorella maggiore. La nonna mi ha detto che vive con il suo ragazzo, anche lei è una ragazza cieca (o devo dire “non vedente” per edulcorare questa tristezza?). Il medico di famiglia, in Lacoste arancio, entra in disaccordo con la pneumologa in merito ad una terapia “vita o morte”, ed è scenetta carina stare a sentire le teorie escogitate per stabilire chi è più bravo…Lavoro ben remunerato e un po’ di “casta” anche in questo campo? Direi di si.
Arrivano telefonate di venditori che conoscono i tuoi gusti, per averti osservato mentre prendevi un “orzo bimbo” dal reparto alimentari e ti vogliono convincere a comprare tutto il cucuzzaro. Ricordo quel giorno del funerale di mia madre, quando, appena rientrata a casa, ricevo una telefonata che mi comunica di essere stata baciata dalla fortuna, avendo vinto uno sconto di 500 euro su costosi trattamenti di bellezza. Rido, ma non mi arrabbio, in fondo mia madre, che ha vinto in discrezione, si sarebbe divertita…
E che bella telefonata quella di ubriachi strafatti che lasciano sulla segreteria, il 31 dicembre, minacce di morte! Sono certi bocciati i cui papà non sono potuti ricorrere al TAR per l’onta subìta e meritatissima. Carini! perché non schiattano loro? Qualche stronzo ignorante in meno sarebbe di ottimo auspicio…
Intanto, dopo un Natale che brilla della luce di una corsa all’accaparramento doveroso di doni, c’è chi approfitta dei saldi per rifarsi il guardaroba, ma se quella maglia striminzita costa solo 470 euro, anziché 500, perché fare la fila per aggiudicartela? Te la potevi comprare per Natale che ci facevi un figurone con la cognata invidiosa! Le pantofole che costavano 15 euro, sono in saldi ad un prezzo maggiore. Nella vetrina successiva vedo quei set da cucina con grembiule, strofinacci e presine, in stoffa stampata con babbucci e stelline rosse, ancora a prezzi esagerati. E’ passata anche la Befana. Speriamo che nessuno compri e che anche tutte le mutande rosse capodanno, un po’ mignottesche, rimangano invendute.
Intanto sono felice per non aver acquistato nulla di dolce, se non le tristi fette biscottate. Ancora devo togliere qualche decorazione e sulla pattumiera interiore è meglio non insistere troppo. Ci vorrebbe il Genio, ma quello della lampada!
Danis