SACROPROFANO

La ragazza prepara caffè ricchi di schiuma e cacao in tazze di vetro che aggiungono soddisfazione visiva ad un piacere, come un bacio profondo davanti ad uno specchio…E’ molto magra, ha capelli biondi raccolti dietro il berretto di tela, brillantino sulla narice, si muove vezzosa ed ha sempre qualche confidenza su “er mì regazzo”. Mi mostra caviglie affaticate e già una volta le asciugai lacrime d’insofferenza verso questo lavoro, molto ben dissimulata se c’è gente nel locale. Sembra ribellarsi a qualcosa di troppo grande per la sua fragilità, nonostante tanta vita ancora da costruire. “Nessuno fa colazione come lei”, mi dice una volta, mentre bado a non mandare briciole sul pavimento, in un istintivo gesto analogo all’inchino gentile nel bere acqua dalle fontanelle di Roma, per evitare di dare il sedere al vento o alla vista.
Decidiamo di visitare la Basilica che ospita le spoglie di una Beata di cui la mia amica è devota. Mentre chiude lo sportello della macchina ci lascia un dito incastrato, ma non si lamenta. Rimane in apnea, ma il dolore le passa e ridiamo, mentre attraversiamo il mercato nell’ora più vivace. Entriamo poi nella chiesa e l’invito a tuffare la mano nell’acqua santa che è rinfrescante e lenitiva (seppur presumibilmente piena di germi). L’avviso che un miracolo potrebbe guarire il dito maldestro.

La Beata è una ragazzina i cui resti sono conservati accanto ad un reliquiario che sembra una vetrinetta di piccolo, delizioso, modernariato. I balocchi sono di latta ed alluminio: piccole caffettiere, cuccume e tazzine smaltate con disegno di rose, un cesto in vimini da pic-nic in miniatura, la sua bambola. Bene in vista i temi scritti a penna stilografica in cui parla di Dio in modo troppo profondo per quell’età piccina. A soli sei anni, un osteosarcoma se la porta via con un Cristo immenso nell’animo, seppure imparaticcio come i ricami dei suoi vestitini, chè l’infanzia è periodo di giochi e non di un dolore inconcepibile offerto per i peccati altrui. Avviso la mia amica che pregherò per noi, innanzitutto, e poi solo per chi ci vuole bene. Entra in azione la mia spiritosaggine per non ammettere che sono turbata dal dolore vissuto da questa coraggiosa fanciullina dalla sorprendente fede.
Stazioni di Via Crucis: le scritte sono semplici da tradurre, così evito brutte figure. I reliquiari sono pregiati doni di una nobildonna e i ragazzi in gita, con zaini e fretta di uscire, polpacci tatuati e un pulmann che li aspetta, stonano tra la Pietà marmorea, la riproduzione della Sindone e lo struggente Cristo in legno che sembra sottratto al set di Mel Gibson. Le suore scrivono paroloni sul libro dei ricordi e svolazzano come neri, silenziosi uccelli. Da ficcanaso quale sono, leggo dei buoni auspici per tutti i bambini del mondo e mi assale ancora il tema del dolore innocente. A casa avrò qualcosa da fare per stornare la tristezza degli ex voto ricamati a mezzo punto col ritratto della Santa, che ha un vestitino con carrè in volants.
Fuori c’è dolcezza d’aria che cerco di conservare nell’animo per i momenti di sconforto e faccio incetta di sole. Vorrei profanare quel senso di santità che ho appena respirato con tanta voglia di vivere ed esagerati desideri. E stavolta un caffè schiumato è troppo poco.