Lo scialle rosa

Ho amato sempre sciarpe e scialli, specie se di materiale leggero e fiorato, come quelli che confezionavo con stoffe in maglina e che rifinivo con fantasia. Ne costruivo annodando foulards di seta indiana, di diversi colori, da girare più volte attorno al collo. Di lana morbida, per l’inverno, li lavoravo all’uncinetto, e mi piaceva intonarli alle gonne nelle primavere dolci per il clima e per l’età, in colore con nastri legati sui capelli lunghissimi in treccioline sottili. Erano ornamento e non costrizione.
Ancora mi piacciono questi ammennicoli femminili, segni di un tempo perso in dolcezze di cui aver pudore, sebbene più sobri, da poggiare su spalle piccole, che non hanno forza per sostenere le malinconie che durano e scapricciano a cambio stagione.
Lo scialle più pregiato che ricordo era in seta sottilissima, dono che mia zia mi aveva promesso da tempo. Ricamato a mano con motivo di fiori, color rosa antico, faceva immaginare un mondo fiabesco, era portafortuna per una vita intera, quando ancora tutto sembra possibile, era sogno di chi non conosce l’amore e lo aspetta. Sembrava uno svolazzo di soffitta colma di cappellini e velette, di merletti costruiti con occhi di fanciulla, di bauli ricolmi di perline in cui tuffare le mani.
Era in una busta di nylon, piegato con cura. Lo aprii appena, vidi le frange lucenti, oltre la carta velina, mi sembrò troppo pregiato per me e, appena aperto, si stracciò, per consunzione del tempo, all’istante.
“Come la mela che rosseggia sul ramo più alto…”, dice Saffo, con un’immagine lirica struggente. Le cose belle non si fanno prendere…
