Calma di tempo
Tempo di calma
Chissà se continuerò a respirare l’aria densa, calda e sgradevole che offre la città, ad un passo da binari e ferrovia, o le particelle luminescenti di un po’ di mare, sabbia in cui affondare, sole da cui ripararsi con vezzo d’abituccio stile anni cinquanta, una lettura smozzicata, un po’ di vecchie cose da sistemare. Dovrò comprare qualcosa di velenoso per chi attenta alla purezza dei miei fiori, e destinare l’ottopermille ad opere di beneficenza. Una cucina nuova, il servizio da caffè da tirar fuori dalla credenza, gli orecchini da regalare alla nipotina, per rallegrare ulteriormente il suo viso di ragazza, meno pantofole in giro, forse, ed un accappatoio delicato, perché il tempo regala distacco dalle cose, insieme con la fretta di vivere bene ed una nuova maniera di stare in contatto con persone senza rincorrere chi si lascia ricordare per dolcezza. Gli occhiali nuovi per vedere meglio e per celare certe espressioni spente., voglia di camminare con le scarpe da tennis e tempo che si fa stanco di novità, eppure spera. Voglia di sfogliare giornate e, letti i libri degli amici, ricominciare con quelli che da tempo, vergognosamente, ignoro. Dalle avventure d’infanzia per carezza nostalgica, alle novelle che mi sfuggono, che se ne vanno via, come sdegnate, al mio passaggio veloce di straccio antistatico per polvere che fa il solletico agli acari. Il televisore è ancora buona, di quelli vecchiotti, di gran lunga l’elettrodomestico meno amato e più soporifero.
Un po’ per noia e anche per disaffezione al mio scrivere che non trovo più all’altezza di essere proposto; per la vita cui occorre cambiare l’abito per non riacciuffare i grovigli negli armadi che non hanno scheletri, ma larve scontente e satolle, per la malinconia di voler bene a chi non si può guardare negli occhi e di dovere solo immaginare chi merita affetto che passa su uno schermo con meccanismi che spesso mi confondono.
Per questi, ed altri motivi, aspetto che torni un po’ di serenità.
Potrei, per miracolo, ritrovare le parole quasi belle che un tempo sapevo scrivere, impararne di nuove, senza l’angoscia di compiacere o la fretta che induce a superficialità non desiderate.
Tornerò a trovarvi presto. Vi abbraccio di cuore e vi ringrazio.
Danis
La Belva Del Deserto
(FRUTTUOSA INTEGRAZIONE)

Lui è un tipo piccolino, il suo nome italianizzato è Aldo, ma potrebbe essere Abdul o Mohamed, o altro ancora. Da tempo gestisce, insieme ad altri due connazionali, una bottega di frutta e verdura a due passi da casa. E’ particolarmente simpatico e allegro. Nei negozi di questo tipo, che vendono cose buone e convenienti, non ci si formalizza se si tolgono le foglie esterne della lattuga o se si scelgono con calma i frutti uno per uno. Le buste sono gratis, diversamente che nei supermercati, che hanno prezzi più alti per prodotti simili e telecamere a circuito chiuso che vogliono dire: tu sei una potenziale ladra, attenta che ti becchiamo. Il saluto è sempre caloroso e i ragazzi si offrono di portare le buste pesanti in auto, senza problemi. L’omaggio di odori è internazionale e un po’ di prezzemolo non si nega a nessuno. Se la rucola non è tanto fresca, diventa omaggio della casa. Le signore sono accolte col sorriso e vedo tantissimi uomini che, in questo quartiere popolare, fanno la spesa con occhio esperto. Al muro molte cartoline e tanto da sfrugugliare, nelle cassette, come ci si trovasse al mercato generale.
Aldo sta alla cassa, guarda appena il contenuto delle buste, pesa, fa calcoli rapidissimi e tira fuori scontrini in quantità. E’ velocissimo, e tiene la musica araba ad alto volume cantandoci sopra e muovendosi come Rocky Roberts in miniatura. Col mio cazzeggio infinito chiedo il significato dei termini di queste brutture dal gorgheggio ondulante e punitivo per i timpani anche meno raffinati. L’ultima volta che ci siamo visti, rideva per la mia imbranaggine nel tentare una pronuncia che è piuttosto diversa dalla mia. Aldo non c’è più alla “Belva del Deserto”, mi dicono che si è trasferito e mi dispiace un po’.
Ieri lo trovo vicino casa di mio padre, in un negozio, in piazza, dove prima c’era la sussiegosa Farmacia di dottori da padre in figlio come i Ciccarelli, fiscali e anche un po’ stronzi, che ricordo sempre zeppi di clienti, quando l’elimina code era inesistente. Aldo è sorpreso, mi abbraccia e mi dà i bacetti sulle guance, poi vede mio marito, anche lui affezionato cliente e, un po’ imbarazzato, ammolla abbraccio e bacio anche a lui. Scambiamo due parole festose. Mio padre, scopriremo di lì a poco, è chiamato “nonno” e ha quindi acquistato un “nipote” sveglio e canterino…Abbiamo il cesto di arance senza dover andare in galera!
Danis