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sabato, 25 aprile 2009

Visita medica

***

   Mi è capitato, di recente, di ricorrere per la prima volta al servizio di una ASL con cui avevo concordato da tanto tempo un appuntamento. Nel centro che abitualmente mi segue i medici agiscono seguendo norme rigorose per quanto riguarda la privacy ed il buonsenso. Nessuno viene chiamato per cognome. Il curante si affaccia e viene incontro al paziente con un cenno. Sono anni che affido a questa struttura i miei patemi metabolici. Stavolta avevo bisogno di indagare meglio una serie di disturbi e sono stata ricevuta, a titolo di amicizia, da una dottoressa più propositiva in un centro periferico dove certe indagini sono possibili.

   L’entrata della struttura ha un numero enorme di barriere architettoniche e il tutto assomiglia alle costruzioni anni ’50, consumate dal tempo e dal continuo viavai. Il vetro della porta d’entrata già rivela un certo carattere “decadente”. Un cartello scritto con pennarello riporta la dicitura “La porta non funziona” e il tutto è tenuto insieme da strisce di nastro isolante color cachi, di quelli usati per le spedizioni di imballi, che fa supporre che contro quella porta si può sbattere anche la testa. L’accettazione ha uno o due soli sportelli e il chiacchiericcio è forte. Nella piccola sala d’attesa, a corto di sedie, si legge, sempre con pennarello aggressivo, un altro cartello: “Si prega di non mettere le urine sul banco”. Pare che non chiudere i contenitori sia un brutto vizio…Il bagno lascia a desiderare e nel foglio rilasciato dal centro c’è una postilla inquietante: “Si prega di attenersi ad una scrupolosa igiene personale”. 

   Mi guardo intorno. Una ragazza piange forte perché, dopo aver perso 25 chili, stavolta ha messo su 500 grammi. Qualcuno la consola e mi avvicino perché gli ambienti medici sono posti che frequento più di pizzerie, cinema, centri di conferenze, teatri…Le passo il solito fazzolettino di carta, ne porto sempre in abbondanza, e cerco di farle capire che non è il caso di tanta disperazione, anche se la vedo stanca e stressata. Una anziana signora indossa un abito decisamente anni ’40, in stoffa a fiori giganti con gonna che le si alza nel posteriore. Osservo i piedi della gente. Noto le tante caviglie gonfie e lo strazio di piedi malconci dentro scarpe un po’ arrangiate, sandali sopra pedalini e rossori nascosti come si può. Al muro, un poster che illustra brutte ulcere non rallegra affatto l’ambiente. Arrivano due extracomunitari che capiscono poco l’italiano. Viene loro spiegato come usufruire del servizio, con parole ad alta voce, ma questo non potrà certo renderli poliglotti. Ho la mia borsa con l’agenda ed i referti in una borsa chiara, da studentessa. Accipicchia, qui tutti hanno le buste del supermercato. I nomi vengono gridati. Se un disgraziato si chiama “Stronzo Alfredo” tutti possono dileggiarlo. Sono in ansia perché un altro studio medico mi attende nel pomeriggio e sono sveglia dalle 3 del mattino. Non c’è un distributore di merendine o bevande e vado a prendere un caffè in un bar un po’ distante, molto “sgarupato”. Alla fine la dottoressa mi fa entrare e ne esco con le idee più chiare. Ho un consulto veloce con un certo professore e una dieta incoraggiante. Corro via per la visita pomeridiana.

   Un pensiero mi rimane in mente. Al momento dell’anamnesi, l’infermiera che mi vede per la prima volta sembra conoscermi da tempo. E ad ogni mio elenco di accidenti risponde con grande partecipazione emotiva, come volesse darmi coraggio e conforto: “Poraccia, ma guarda sicche robba, er male nun se compra, però ammapete, nun te manca gnente…ecchedè, pure mì cognata…e mì cuggina, e mì madre…” Alla domanda che viene rivolta a tutte le donne, circa il menarca, l’età in cui sono comparse le prime mestruazioni, mi chiede: “A che età sei diventata signorina”? E’ un modo molto chiaro per farsi intendere, mi ricorda un detto d’altri tempi. Forse è un approccio gentile. Mi fa sorridere.

                                         

                                                 Danis

 


postato da: xdanisx alle ore 15:43 | link | commenti (72)
categorie: fattarelli
lunedì, 13 aprile 2009

Vacanze

traghetto                                                                                        foto di Danis

  Si andava a trovare i nonni, chiuse le scuole, e il viaggio era già un’avventura che ci metteva in piacevole attesa con molto anticipo.

  Il treno e poi il traghetto da Civitavecchia. Si provava un intenso stordimento di mare; di quel mare che, affacciati alla balaustra, guardavamo con indosso qualcosa di pesante per ripararci dal vento, in attesa che, alle undici di sera, la nave partisse con i motori rumorosi e la spuma che ipnotizzava. E già c’era vacanza nelle scale da salire in ordine, tra bagagli e famiglie con cui si scambiavano parole e speranza di mare clemente. Facevamo escursioni, noi bambini, tra i corridoi, spiando negli oblò, e i corrimano del  ponte erano bagnati e scivolosi. Le tende pesanti e un po’ sporche proteggevano il sonno degli emigrati che tornavano a casa, con giornate di viaggio alle spalle. C’era la voglia di gustare il tragitto e la mattina ci si accalcava per scendere a terra mentre gabbiani e portuali erano già in azione. Nei thermos il caffè. Odore buono di libertà e di lontananza da casa. Si sbarcava con il treno pronto e con i finestrini aperti da cui passavano valigie.

Ad Oristano ci aspettava Agostino, oppure si prendeva un pullman che si inerpicava su stradine tortuose che facevano sussultare mia madre e mia zia. Loro, tanto sicure e sempre forti, venivano prese da timori che solo da grandi abbiamo compreso, frutto di racconti d’infanzia che mettevano paura.

  I nonni erano ad aspettarci, sempre affettuosi. Poi noi ci toglievamo le scarpe e correvamo fuori, in strada, sul carro di buoi di Tziu Franziscu e, nonostante in casa nostra non si parlasse il sardo, capivamo tutto. Dalla camera da letto potevamo salire per una scala che portava nella soffitta, dove c’era tanto fresco, a curiosare tra provviste di grano e  ogni altro ben di Dio. Nel cemento di un gradino si vedeva l’impronta  dei piedini di Gabriella, la maggiore di noi sorelle, che mia nonna che l’aveva tenuta in braccio a lungo, quando da neonata aveva vissuto un bel po’ con lei insieme a mia madre, aveva a cuore in modo particolare e per questo piangeva lacrime buie di strazio con gli occhi ciechi, quando ripartivamo. La cucina aveva un bel  camino e recipienti e piatti in ferro smaltato. Il lardo appeso al soffitto a volte faceva colare gocce di unto. Antonietta arrivava con cose da mangiare, e faceva grande festa ai piccoli doni di mia madre. Scura, piccina e svelta, aveva un fazzoletto legato sotto il mento per ripararsi dal sole, mentre il nostro colorito chiaro era quasi il privilegio di chi non lavorava la campagna. Il forno a legna era in continua attività e nella bottega che vendeva di tutto ci mandavano a comprare decorazioni per  dolci, zucchero, pasta e ogni genere di cose. Le uova erano ancora calde del culo delle galline, cui mia nonna teneva tanto.

  In paese si passava davanti ad una povera donna che aveva una ragazza sfortunata, con capelli lunghi da pettinare, che portava i segni di un male che non si doveva capire e dava urli che facevano male. Ci strattonavano, i grandi, salutando di fretta…“Su bandidore” passava a dare notizie: “Attenziòone, attenziòone al baàndo”. Scrivevamo cartoline alle compagne di scuola e mio fratello passava intere giornate a scorrazzare con Graziano ed una volte si persero, facendo impazzire di preoccupazione tutto il paese. In cortile, sulle sedie in legno e paglia, si sedevano le vicine e c’era un parlare fitto fitto, con noi a curiosare…Ed io contavo, con le mie sorelle, l’intercalare di “ohi”, che uscivano fuori come sospiro di attenzione, di lamento nascosto, di partecipazione, al dire di mia madre. Le vecchie ci chiedevano, incuriosite, da quale famiglia venivamo, ed ero orgogliosa per il rispetto portato a mio nonno. Le donne camminavano veloci con gambe forti, in equilibrio, pronte alle sorprese del terreno e un cenno appena sussurrato significava tante cose: “basca”, cioè “che caldo afoso”, era come dire…“ciao, come stai, e come vanno i ragazzi, come crescono, come va il mondo, rimanete ancora. Don Murgia, il prete, abitava in uno stabile più alto e moderno, sopra la scuola media, e  poteva guardarci dall’alto e assistere al bucato presso la fontana in cemento e ai nostri giochi fantasiosi. Dopo la Messa si passeggiava e, abitando i nonni vicino alla chiesa, in tanti venivano a trovarci e c’era un viavai di vino e di dolci. Le nostre visite, invece, erano programmate con imparzialità, per non offendere nessuno. La sorella di Antonietta, Marrita, una volta passò che mia sorella ed io stavamo tagliando i pomodori e ci dissero che dovevamo fargliene assaggiare perché era in gravidanza, ed ai capricci delle gravide si dovevano gesti di attenzione.    

  Gabriella era amica speciale della sorella di Graziano e di altre coetanee, e tra di loro si scambiavano i segreti. Io ero ancora piccola per certe confidenze…Da grandicelle le cose cambiarono. L’età mi fece più graziosa ed i ragazzi si meravigliavano perché non c’era parola che mi sfuggisse, perché per la festa padronale mi univo a loro per i balli tradizionali, senza sbagliare troppo il passo. Mi facevano sentire bella, questi giovanotti, ed erano premurosi e con intenzione di ben figurare. Per la festa di San Basilio, un anno, venne un’orchestrina con una cantante brava e carina. Suonavano i lenti ed io avevo  accanto un ragazzo di cui non ricordo il nome, che mi piaceva tanto, ma non ci riuscì di scambiarci un bacio. Segnai l’indirizzo su un foglio di carta e mia zia affacciata al balconcino mi sgridò.  Aveva avuto un suicidio in famiglia e bisognava tenerlo lontano…Ci furono solo cartoline e pensieri, non si osava altro. Forse mi innamorai, con un forte senso di peccato che martellava forte. Tutte le mie sorelle ebbero più fortuna con amori ricambiati, io mi sentivo già perdente e mi vergognavo di tutto, ma una notte un corteggiatore burlone mi fece una serenata. “Ischìdadi, Sabina, ischìdadi”: “Svegliati”…Fui costretta a non uscire dalla stanza. Mia madre si alzò e si fece spazio nell’oscurità tra il basilico che nonno teneva in balcone in un grande fusto di latta e, fingendo una severità che non ci convinse, lo rimproverò e scagliò  una vecchia spazzola nella direzione del mio ammiratore, che rispose: “Signora, se vuole, la spazzola posso rendergliela”, e lei rise.

 

  Il tempo ha aggiunto anni e molti altri viaggi, tanto più comodi, in aereo. Ma niente più serenate, da allora…

                                                                        Danis                    

 

    

 

 


postato da: xdanisx alle ore 20:33 | link | commenti (70)
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