Visita medica
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Mi è capitato, di recente, di ricorrere per la prima volta al servizio di una ASL con cui avevo concordato da tanto tempo un appuntamento. Nel centro che abitualmente mi segue i medici agiscono seguendo norme rigorose per quanto riguarda la privacy ed il buonsenso. Nessuno viene chiamato per cognome. Il curante si affaccia e viene incontro al paziente con un cenno. Sono anni che affido a questa struttura i miei patemi metabolici. Stavolta avevo bisogno di indagare meglio una serie di disturbi e sono stata ricevuta, a titolo di amicizia, da una dottoressa più propositiva in un centro periferico dove certe indagini sono possibili.
L’entrata della struttura ha un numero enorme di barriere architettoniche e il tutto assomiglia alle costruzioni anni ’50, consumate dal tempo e dal continuo viavai. Il vetro della porta d’entrata già rivela un certo carattere “decadente”. Un cartello scritto con pennarello riporta la dicitura “La porta non funziona” e il tutto è tenuto insieme da strisce di nastro isolante color cachi, di quelli usati per le spedizioni di imballi, che fa supporre che contro quella porta si può sbattere anche la testa. L’accettazione ha uno o due soli sportelli e il chiacchiericcio è forte. Nella piccola sala d’attesa, a corto di sedie, si legge, sempre con pennarello aggressivo, un altro cartello: “Si prega di non mettere le urine sul banco”. Pare che non chiudere i contenitori sia un brutto vizio…Il bagno lascia a desiderare e nel foglio rilasciato dal centro c’è una postilla inquietante: “Si prega di attenersi ad una scrupolosa igiene personale”.
Mi guardo intorno. Una ragazza piange forte perché, dopo aver perso 25 chili, stavolta ha messo su 500 grammi. Qualcuno la consola e mi avvicino perché gli ambienti medici sono posti che frequento più di pizzerie, cinema, centri di conferenze, teatri…Le passo il solito fazzolettino di carta, ne porto sempre in abbondanza, e cerco di farle capire che non è il caso di tanta disperazione, anche se la vedo stanca e stressata. Una anziana signora indossa un abito decisamente anni ’40, in stoffa a fiori giganti con gonna che le si alza nel posteriore. Osservo i piedi della gente. Noto le tante caviglie gonfie e lo strazio di piedi malconci dentro scarpe un po’ arrangiate, sandali sopra pedalini e rossori nascosti come si può. Al muro, un poster che illustra brutte ulcere non rallegra affatto l’ambiente. Arrivano due extracomunitari che capiscono poco l’italiano. Viene loro spiegato come usufruire del servizio, con parole ad alta voce, ma questo non potrà certo renderli poliglotti. Ho la mia borsa con l’agenda ed i referti in una borsa chiara, da studentessa. Accipicchia, qui tutti hanno le buste del supermercato. I nomi vengono gridati. Se un disgraziato si chiama “Stronzo Alfredo” tutti possono dileggiarlo. Sono in ansia perché un altro studio medico mi attende nel pomeriggio e sono sveglia dalle 3 del mattino. Non c’è un distributore di merendine o bevande e vado a prendere un caffè in un bar un po’ distante, molto “sgarupato”. Alla fine la dottoressa mi fa entrare e ne esco con le idee più chiare. Ho un consulto veloce con un certo professore e una dieta incoraggiante. Corro via per la visita pomeridiana.
Un pensiero mi rimane in mente. Al momento dell’anamnesi, l’infermiera che mi vede per la prima volta sembra conoscermi da tempo. E ad ogni mio elenco di accidenti risponde con grande partecipazione emotiva, come volesse darmi coraggio e conforto: “Poraccia, ma guarda sicche robba, er male nun se compra, però ammapete, nun te manca gnente…ecchedè, pure mì cognata…e mì cuggina, e mì madre…” Alla domanda che viene rivolta a tutte le donne, circa il menarca, l’età in cui sono comparse le prime mestruazioni, mi chiede: “A che età sei diventata signorina”? E’ un modo molto chiaro per farsi intendere, mi ricorda un detto d’altri tempi. Forse è un approccio gentile. Mi fa sorridere.
Danis
foto di Danis
Il tempo ha aggiunto anni e molti altri viaggi, tanto più comodi, in aereo. Ma niente più serenate, da allora…
Danis