Due poesie, solo pochi versi di due cari amici che hanno appena pubblicato.
Le storie caduche
Si adunano
vanno in tondo, nel giardino
le foglie, come le nuvole
nel cielo. Uno stesso vento
coglie le memorie:
anche le storie flettono,
al tempo d’autunno.
(Giovanni Imperato – D’amore e d’altro)
Sud
Rotolano frammenti sulla via
nel deserto vento notturno,
e il tempo ha colori d’ocra e d’ulivo,
come in un arcobaleno
inconcludente.
(Luigi Capozza – Il Sud non sa leggere)
Con molto piacere propongo agli amici la recensione di Matteo Tassinari al libro Umberto Dei. Biografia non autorizzata di una bicicletta, di Michele Marziani. Matteo è certamente noto anche in rete dal momento che le sue doti di originale scrittore e acuto giornalista gli hanno procurato non pochi affezionati estimatori.
Danis
Chi è o cos’è “Umberto Dei”?
E’ ciclo infinito dal quale è impossibile
uscire se non con una inizializzazione di
sistema. E’ goccia e cristallo che fugge 
dal mar morto delle sinistre novecentesche,
che si ostina nella ricerca di vita e dei movimentismi.
E’ bicicletta (e “persona”) e comunanza.
E’ il contrario di uno. È principio di realtà,
si muove agile, veloce, mutevole perché sa, a
differenza dei generali di brigata,
che la più grande delle disfatte è già
alle nostre spalle. Sorvola la storia e
impara la distinzione, l'eccezione e la discrezione.
Non tollera la retorica, il populismo, le messe
cantate, le liturgie borghesi e le autoassoluzioni.
Si nutre di contemporaneità, di curiosità, di
pragmatico radicalismo. Umberto Dei è moderno e arcaico.
E’ culture, linguaggi e conflitti dentro e
oltre l'anno zero che mette al centro la ricerca, il
racconto, la costruzione di senso scritturale, la passione,
la comunità, il globale, il noir poetico, l’appassionato lirismo,
la memoria e la geografia, l'io, il
noi e l'es. Sbeffeggia gli oracoli
della globalizzazione e si interroga, a suo modo,
sulla profondità della crisi sociale e culturale
che attraversa il pianeta. Osserva i disastri
e le sconfitte. Ha provato spesso
a interrogarsi sulla direzione di marcia del
globo, del ritorno della via della seta e del
rinascimento, senza per questo tralasciare
il volgare consumismo delle
nazioni che dettano legge. Parla di lingue e dialetti.
Si nutre di parole quasi o ormai dimenticate
tra terra e comunità. E’ una goccia che
arranca alla ricerca di acqua e ha come unico
obiettivo il tuffo e la mescolanza, il gorgo e la
corrente, il fluire e il corrodere.
Traversamento icastico dell'apocalisse
contemporanea.
E’ residuo, margine, pura testimonianza.
Si piace, ma non cerca consenso. Ostinazione a esserci,
resistenza agli urti con grande capacità di riconciliazione.
Umberto Dei è in onda, un’altra volta un’altra onda.
Ascolta osserva e tifa autonomia. Si fida
dell'onda, ne rincorre traiettoria e deriva
tra generazioni e partecipazione. Spera che
l'onda pratichi la formattazione e un nuovo
inizio, oltre le colonne d'Ercole della nostra
memoria.
di Matteo Tassinari
Umberto Dei è moderno e arcaico
Ci piace pensare che esistano ancora sognatori che traggono ispirazione e dedicano storie a questo meraviglioso mezzo
La presentazione. Umberto Dei non è una persona. È una bicicletta. Anzi, un mito. E intorno a lei si snoda il romanzo di Michele Marziani, il cui protagonista, Arnaldo Scura, lascia un remunerativo lavoro da broker finanziario per fare il meccanico di biciclette. Il negozio di Arnaldo a Milano diviene crocevia di incontri, amori, pensieri, avventure. Fino a tingere di giallo le vicende di Nas, giovane studente afgano, aiutante del protagonista nella riparazione delle biciclette, ma soprattutto nel restauro delle Umberto Dei. Il finale, sorprendente, squarcia con ironia il pesante velo dei pregiudizi verso gli immigrati. Un tema caro all’autore, insieme a quello delle rivolte degli anni Settanta che, presente nel romanzo d’esordio “La trota ai tempi di Zorro”, torna, in tutt’altro contesto, anche in questa nuova prova narrativa di Marziani. Lo scrittore riminese si conferma abile nel trattare con competenza e leggerezza - senza cadere nell’ideologia e nel buonismo - problematiche attuali, dense e troppo spesso evitate da chi scrive romanzi. Il linguaggio utilizzato, una sorta di monologo interiore in cui le parole degli altri non sono chiuse tra virgolette ma inglobate nel testo, consente lo scorrere dolce e veloce di una storia che ha il sapore di una favola contemporanea, poetica e reale.
L'incipit. Quando ho visto brillare gli occhi di Nas di fronte alla mia Umberto Dei allora ho capito: la cultura è universale, altro che storie. È successo un pomeriggio di quelli in cui la luce nella bottega entra di taglio, quando il cielo è pulito e si sente il profumo dei glicini sul naviglio. Il ragazzo è entrato e sembrava un marocchino come gli altri, quelli che vengono a vedere se possono mettersi a posto la bicicletta coi tuoi attrezzi e se va bene ti lasciano un paio di euro, sennò si portano via pure una chiave o le pezze col mastice. Di solito non m’importa e li lascio venire. Non mi piace che di questa città si dica nel mondo che c’è diffidenza. Anche se a dirla per intero sarebbe pure così, ci si guarda tutti con un po’ di sospetto, anche qui sulla Martesana. Ma io vengo da un’altra vita, ho imparato che è meglio farsi portar via una chiave che lasciare la gente a piedi in mezzo a una strada.
L'autore. Michele Marziani è nato nel 1962 a Rimini dove attualmente risiede. Ha vissuto a lungo sul lago d'Orta e a Milano. Umberto Dei” è la sua seconda prova narrativa dopo il romanzo di esordio “La trota ai tempi di Zorro” (DeriveApprodi). È autore anche di diversi libri di viaggi, vini e cibi.

Mi chiamo Danila, anche Danis.
Mi trovo davanti al reparto dei detersivi a spidocchiare confezioni profumate…mentre torna la fatica di riuscire, finalmente, a portare in parrocchia i giacconi che non uso da anni e buttare i pigiami che invecchiano…
Per tanto tempo mi sono avvoltolata di paura, ed ho contato scale e fatto i compiti per le vacanze...
Mia madre......Mio padre......Mio nonno era un simpaticone con le orecchie a sventola, alto e secco, dritto come un fuso, intelligente e spiritoso, ma guai a dirgli che il suo vino era spuntato, si adombrava, anzi, si incazzava proprio. Aveva sempre il rosario tra le mani e si chiamava Basilio. Mia nonna era brillante, di incredibile memoria e sapeva prenderlo per i fondelli simpaticamente. Era piccola e aveva piedi perfetti. Morì cieca per colpa di una cataratta, a letto per una frattura del femore non trattata. Prendeva il caffè, quello buono, con un savoiardo da pucciare, ed una "taxijedda" di vino a fine pasto. Conservo la camicia che ricamò per mio nonno, di quelle sarde, con maniche a sbuffo, ampie, con fantasia di ago, intaglio di filo bianco su lino candido tessuto al telaio. e ricamava divinamente la padrona di casa. "Ohi sa mère!", "la padrona", dicevano gli uomini in Sardegna, per chiamare le mogli... Ho racconti del focolare, che mia madre, con proprietà di linguaggio e pathos, ci ha trasmessi. L'invasione delle cavallette che oscuravano il cielo e le preghiere di don Pietro Maria, che, compiuti gli studi francescani, riusciva a fermare le bestie che distruggevano i campi con l’avidità che è rimasta proverbiale, e si dirigevano all'ingresso del paese, mentre i conigli, satolli di quel cibo macabro, avevano feci terribili, i suoi esorcismi su anime possedute, e quella campana a morto che suonava con tono diverso per i destinatari, quando si partoriva alla buona, ed erano tante le donne che non sopravvivevano e moltissimi i bambini la cui fine era annunciata da quel suono lento: "Ascurta...pippiu mortu" si diceva la gente...
Entrambi tornarono a Dio in lucidità e ben oltre i novanta.
Danis
VECCHIA BALERA DI FINE ANNO

Vi prego di non chiedermi il motivo (perché sarebbe troppo lungo spiegare) di una fine anno all’insegna del “prendiamola così, non possiamo farne un dramma”.
Sta il fatto che da tempo avevamo la prenotazione per una serata di fine anno in un posto per gente danzante. Ampio spazio e parcheggio all’esterno, ma i bagni non passerebbero un serio controllo sanitario. Naturalmente si paga in anticipo per eventuali sgattaiolanti ed è inutile offendersi.
Lunghe tavole imbandite e avventori che si divertono con i cosidetti “balli di gruppo”. Circa 450 persone in assemblamenti famigliari, condominiali, e antipasti già servito in pratici piatti di carta.
Le pareti hanno decorazioni semicarnascialesche, il lurex è gettonatissimo insieme al nero, ed assisto all’entrata di una pittoresca umanità.
La cena va di fretta, con servizio ottimo grazie a carrelli che sembrano provenire da posti di ristoro per senzatetto. Nel prezzo dell’evento è compreso un biglietto per una “riffa” che mette a disposizione trenta premi di genere commestibile: panettoni, datteri e vino…forse altro per i più fortunati.
In fondo, a lato, in direzione dei miei padiglioni auricolari, un’orchestra caciarona non promette nulla di buono per chi non ama il chiasso .
La serata si anima. Si aprono le danze, nulla a che vedere col “ballo della rosa”, ma non è detto che il rustical sia da meno. Dietro di me un signore si cambia le scarpe.
Arriva una cameriera: “Tutto bene, signora?”. “Tutto bene, molto aziendale ma tutto bene”. “Ma serviremo anche lenticchie e cotechino!”. Le sorrido, è molto carina ed ha capelli legati e brillantino al naso, Sculetta mentre porta il carrello di acciaio stile C.S.I.Miami. ”Ma come fai a lavorare qui, nun te rincojonisci?” “No, sto qui per stasera, c’è il mio ragazzo”. Intanto le passo i piatti vuoti.
La zona da ballo è all’improvviso invasa da una folla che non aspettava altro. Invio un sms disperato a mio fratello che sta festeggiando meglio altrove. Mi rincuora: “Tieni duro, siamo quasi alla fine. Hai la nostra solidarietà”. Insisto: ”Età media sull’anziano inoltrato, circonferenza naticale media alla G. Ferrara, la mazurka della strega…chissenefrega, è il must della serata”. Romagna in fiore, poi E te lo devo dì che sò stato io… e tanti altri motivetti vecchiotti rimixati alla buona. Non c’è niente di veramente bello eppure è tutto da vedere. Tutti hanno ritmo, si girano e si rigirano, mentre le signore ondeggiano su tacchi e le ragazze giovani, pochissime, devono gestire un fisico pauroso per circonferenze esagerate. Spalline di reggiseno in bella vista, mutande bianche sotto aderenze scure, persino papillon per i signori e tanti gioielli donati dar poro marito, tirati a lucido per l’occasione. “Aveva unghie laccate, sopra mani da contadina”, canta De Gregori, ma qui c’è l’effetto dito salsicciotto e tre anelli per mano sono lussi da modella Revlon.
Capelli malamente mesciati, uomini in nero ed un colosso con gilet a righe fosforescente arricciato in vita. Una ragazza in sovrappeso segna i suoi lardarelli con una sorta di sottoveste rossa di molti chili fa.
Alberto impazzisce dal divertimento. Non sa più cosa fotografare. Mi dico che il kitch a volte fa spettacolo, come il look dei “Cugini di campagna”.
I fuochi d’artificio, appena fuori dal capannone e perciò fragorosissimi, sono d’interminabile durata e contribuiscono al trauma acustico insieme all’alto volume della “musica”.
Filosoficamente, al rientro, mentre il centro è trafficato e Gianna Nannini avrà dato il meglio di sé alla città, si commenta la esagerata disinvoltura nel buttarsi in pista senza problemi.
L’anno è stato brutto per il mondo, brutto per me. Ne aspettavo la fine.
Questa serata così particolare, in fondo, mi ha divertito. E’ andata e “La mazurka della strega”…chissenefrega!
AUGURI A VOI. AUGURI AL MONDO
Danis