GIOCANDO A CARTE…COL MORTO
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Il Due Novembre è ricorrenza che non possiamo ignorare. “Nel cuore nessuna croce manca”, dice il poeta, e tutti in effetti abbiamo una croce nel cuore e ricerchiamo, ciascuno con ciò che il vasto e variegato mondo della spiritualità porge, il modo per riaccostarci a chi fu tra noi, tenendo annodati i fili di radici che non abbiamo voglia di rinnegare.
L’affetto, spesso forte, ci fa vivere in maniera speciale una vicinanza con chi ci ha lasciati e si dialoga con i cari che hanno compiuto l’estremo viaggio, affidando loro i nostri dispiaceri come se queste anime fossero dotate di poteri di lenimento particolari. Ci si accosta con un mazzo di fiori, e poco importa se lo si fa per illusione, o convinta certezza in una superiore dimensione. Si prega intensamente, poi, quando il dono della fede è miracolo compiuto.
Questo sacrosanto atto di devozione può però riservare delle sorprese davvero incredibili e mi appresto a riportarvi un fatto accaduto durante la scorsa settimana ad una cara persona di mia conoscenza che, in occasione di un viaggio di ricognizione al suo paese e d’incontro con amici d’infanzia, ha deciso di far visita al cimitero. Egli, dopo essere stato in raccoglimento presso la tomba dei genitori, comincia a cercare il loculo che ospita, da moltissimo tempo, i resti dei nonni paterni insieme ad uno zio morto a vent’anni, ma, con immenso stupore…la tomba è scomparsa! Nessuna traccia dei cari congiunti, nessuna traccia della lapide che li ricordava con parole affettuose.
Dopo il primo smarrimento, con la paura di aver perso l’orientamento in seguito alle abbondanti libagioni della sera precedente in compagnia dei ritrovati amici, segue una notte di preoccupata insonnia.
Il protagonista della storia si mette in azione il mattino successivo, accompagnato da due fraterni amici prodighi di buone parole e di partecipazione. Lo scheletrico guardiano del piccolo cimitero sembra essere stato assunto più per l’abilità nell’oblio che per quella della memoria. Interpellato al riguardo, non sa fornire infatti nessunissima notizia utile e così, con concitazione, ma anche con molta lucidità, il gruppetto si reca in municipio dove spunta fuori un fascicolo dal quale risulta che l’esumazione e il trasferimento delle spoglie (ma ancora non si sa dove) sono potuti avvenire in quanto un parente senza scrupoli, sfruttando una omonimia, ha firmato la dichiarazione, presa per buona dall’ambiguo responsabile dell’ufficio, di essere il legittimo proprietario del loculo e di poterne quindi disporre.
La cosa non può finire così, dal momento che è ben noto al mio caro amico che quella tomba appartiene a tutt’altro ramo familiare fin dal 1935 e che il furbo dichiarante è invece nato nel 1938! Come è possibile fare una transazione PRIMA di nascere? Ci si reca così nell’archivio del cimitero, dove però i vecchi documenti, in avanzato stato di decomposizione, giacciono anch’essi sepolti alla rinfusa in una vecchia cassapanca dove con raccapriccio bisogna mettere le mani e rovistare, col fondato timore di ritrovarsi in amletica posa con un teschio in mano. Si riesce comunque a risuscitare una preziosa carta che poi una eccentrica impiegata dell’ufficio storico del comune, da vera talpa, con grandi capacità investigative, utilizza per giungere alla conclusione che la memoria familiare del protagonista dell’incresciosa disavventura è ancora eccellente, avvalorata da inconfutabili prove. Fortunatamente (si fa per dire) si riesce a individuare anche il nuovo domicilio, molto più risicato ed alla buona, dei cari estinti, trasferiti dal centro storico del cimitero ad un periferico ossario. La suspence ha termine, finalmente, anche se la storia promette un seguito in sede giudiziaria per via del loculo usato per ferire altro e più vitale…loculo…
Morale della funerea storia: le tombe non hanno antifurto-prodefunto, e si può essere scippati persino dei propri antenati.
E’ pretendere troppo che le anime, così tanto sfrugugliate, vengano in sogno a ricompensare per il disturbo arrecato, magari con qualche numero da giocare, in questa ruota che gira e…fa girare ?
“…e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.”
(Ugo Foscolo - Dei Sepolcri)
…Sì, il tempo, ma con la partecipazione straordinaria della para(lo)culaggine umana!
Danis
Maddalena e la Chiquita
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Maddalena è un’anziana maestra in pensione. Ha superato gli ottanta da tempo ed è la spina nel fianco della mia amica Rita, che, sensibile e disponibile con le persone, se la deve sciroppare perché per infausta sorte è la sua vicina di casa.
La vecchia signorina (felice mille volte l’uomo che l’ha scampata) è un soggetto dal carattere insopportabile. Mi è capitato più volta di sorbettarmi gli aneddoti sui suoi “quaranta maschi”, cioè gli alunni che ha portato alla licenza elementare, e non posso negare, tra altri suoi meriti di maestra valente e sensibile, la sua prodigalità verso i bambini in stato di bisogno.
E’ molto egocentrica ed autoritaria, e se avesse cinquant’ anni di meno potrebbe far divertire qualche masochista in vena di obbedienza assoluta. Piuttosto logorroica, la si può sostenere solo a dosi omeopatiche se si vuole evitare un senso di stordimento neurosensoriale.
E’ molto bigotta. Si fa accompagnare a messa la domenica, ma pretende che il rito sia quello offiziato da Padre Chiapparini, che è all’altare alle sette del mattino, e lei, fornita di registratore, siede in prima fila, cascasse il mondo, con pelliccia e colbacco in inverno, in seta lucente d’estate, non immaginando che il povero prete ogni tanto chiede della benedetta figliola, aggiungendo “ma ancora non è morta”?
E’ amica di un congruo numero di suore, distribuite in tante parti d’Italia, che chiama tutte per telefono durante il pranzo della domenica. Spesso le invita a casa sua e la mia amica Rita diventa in quei giorni assolutamente irreperibile, trasformandosi nel taxy “madonna 56”. Le monache, da anime viaggianti, portano in dono acque miracolose e gadget di cui però Rita si disfa immanentemente…
La maestra Maddalena è talmente esigente da cadere nel comico. Poiché certi suoi alunni, ormai attempati medici, si occupano della sua salute, lei ricambia con doni, ma facendo impazzire chi deve girare tutta Roma per acquistarli esclusivamente in negozi di sua assoluta fiducia. Così, fa incetta di infiocchettati, farciti panettoni per Natale e di colombe iperdecorate per Pasqua. I sostanziosi presenti di ottimo vino, poi, farebbero la felicità di ogni intenditore…
Ogni santa domenica si autoinvita dall’amica, portando il coniglio preparato in umido. Lo cucina lei e immagino, a sentire del vorace modo in cui se lo pappa, che si diletti a scuoiarlo vivo, per metterlo quindi in pentola sotto massiccia dose di olio ultravergine come lei. La temperatura a cui il povero e prelibato animaletto deve essere servito la “magna magistra” ha stabilito che sia quella tipica della fusione del piombo, perché avvertono sempre troppo freddo le sue esigenti papille gustative.
Inutile raccontare che il parrucchiere la manda a quel paese, idem la podologa, mentre una pia fanciulla, raccomandata da Padre Chiapparini, in servizio come colf, all’ennesimo ninnolo da spolverare, e dopo aver tirato giù tutti i lavori di pongo e cartoncino dei suoi antichi alunni, dopo l’ennesimo rimprovero, le ha dato un violento spintone, con una benedizione in rumeno che, tradotto in romano, suonerebbe: “L’anima dè li mortacci tua che mica te reggo e te piasse ‘n corpo e sporverateli tu st’impicci invece de stamme addosso come ‘na piattola…”
Veniamo all’ultimo episodio. La signorina, che, per legge di karma, ha denti da coniglio, per frutta consuma solo banane Chiquita, quelle col bollino blu. E questo bollino deve essere ben appiccicato in ogni frutto, come un marchio a fuoco…Si è pensato di farle un dispetto ordinando in tipografia dei falsi bollini, ma il fruttivendolo ha le vere banane Chiquita, quelle dieci e lode, quelle che chi ha un briciolo di sensibilità non acquista perché prodotte con lo sfruttamento del lavoro in paesi governati di fatto dalle multinazionali. L’ultimo acquisto riportava la scritta, sull’adesivo, “Chiquita Ecuador”. E Maddalena ha accusato Rita di averle acquistato un prodotto taroccato, un falso, una sottospecie, una non nobile banana. E’ stata presa per le buone, col sorriso, ma il rimbrotto è durato per interi giorni costringendo la mia amica a scendere dal negoziante a chiedere se si trattasse proprio di un tarocco o del fallico frutto di origine controllata. Il negoziante conferma che le Chiquita vengono davvero dall’Ecuador, per cui non ci sono gli estremi per una accusa di truffa e Rita torna a casa a spiegarle, con divertita pazienza, che non può pretendere che i banani crescano nel giardino sotto casa o nelle aiuole di Via Appia. Inutile ogni argomentazione, lei continua a blaterare così : “IO VOGLIO le Chiquita e BASTA!!!"
Niente da fare quando CERTE banane si ficcano…in testa…!
Ringrazio l’amica Rita per la sua simpatia e per il permesso alla pubblicazione di questa sua disgraziata avventura consentendomi di non modificare i nomi.
Danis
RACHELE… a casa
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Salì le scale di fretta, non aveva voglia di incontrare nessuno. Il portone si chiuse alle sue spalle ed il caldo restò fuori, come gli scampoli di tempo senza ombra di grazia, lasciati in strada. Versò il contenuto della borsa sul tavolo da cucina, la gettò nella spazzatura.
Cominciò a spogliarsi. Il sudore strideva sulla pelle e bruciava. Si impose la calma, mentre, con le forbici da cucina, tagliò in due quel cilicio di tessuto aderente, facendolo cadere a terra come un brandello di sporcizia dotato di vita propria che andò a far compagnia alla borsa ormai vuota.
Si sentì meglio. Preparò un bagno ricco delle sue schiume ed essenze. L’odore di lavanda era lenzuolo di madre, era sonno tranquillo e calma di riposo, era infanzia d’accudimento e un bacio di sposo tenero, era il sogno di ragazza e respiro di neonato. Era il tanto che non ricordava più. Si immerse nell’acqua mentre tentava di mandar via il trucco in fretta, come dovesse staccarsi di dosso una medusa dal contatto urticante.
Si rilassò, mentre le lacrime le scendevano ed il respiro si faceva lento e rumoroso. Aprì il buffet della stanza da pranzo, si guardò nello specchio, in candore di spugna, come modella nel carosello di borotalco. Si versò un liquore alla liquirizia nel gran calice liscio. Beveva da donna, Rachele, chè di aliti penosi e sbronzi d’uomo ne aveva sentore che faceva sanguinare il naso ad ogni ricordo, ad ogni disgraziata occasione.
Si sentì pulita, finalmente, e pianse nel tamponare quei segni della memoria e sentì ancora il dolore di lama alla base del collo. La cicatrice non c’era più sulla pelle, ma era rimasta dentro a bruciare e ricordò in un brivido quella sera violenta in cui perse soldi e faccia e perse tanto sangue dall’utero che salvò per miracolo, nel ventre che rimase, da allora, infruttuoso. Comparve nella pagina di cronaca del “Messaggero”, il giorno dopo, con tanto di nome e cognome, ed ebbe vergogna, come fosse una colpa subire il disprezzo, come ci fossero nelle sue viscere tutti gli stupri del mondo, chè il sangue è sangue uguale per tutte, della ragazza di casa, come di chi si ritrova incastrata, per chi batte i tacchi col culo in mostra, per chi li poggia su una scrivania, su letto d’albergo, su un divano, su cuscini di seta come principessa senza diritti. Da allora andò più accorta, più incazzata, più sollevata, perché di chi l’aveva ridotta così riuscì a liberarsi, guardandosi le spalle da sola, giostrando le richieste penose e innaturali, sulle quali rideva, acquisendo un pessimo sentire verso il mondo maschile. Il ricordò svanì, oramai stanco di tormentarla, e lei tornò a girare per casa, come non l’avesse mai vista prima.
Si mise a guardare i suoi vecchi libri, i romanzi da sfogliare con il piacere della carta porosa tra le dita, senza smozzicamenti di lacca rossa sulle unghie.
Suonò il citofono e salì Caterina.
- ‘A stronza, me lasci così?
- Lo sapevi.
- Si, ma…
- Fatte ‘na doccia.
- Sei ‘na signora, l’ho sempre detto…
- ‘Na mondana, Caterì, è peggio de ‘na mondina. E l’asciugamani sta…
- Lo so!
- Lavate bene che le mignotte nun ce le vojo più.
- Sissignora!
- Son la mondana, son la sfruttata e son la proletaria che
giammai tremò….
- Sei ciucca?
- Un po’, Caterì.
Rachele si accorse del biondo esagerato sui capelli sfarinati dalle troppe tinture della sua amica. Prese l’ovatta struccante e le pulì bene il viso, gli occhi e le labbra. Caterina era oramai stanca e provata dal mestiere e non aveva che quel bene di figliola ignara e lontana, ancora da sistemare. L’ovatta si fece di tanti colori, come uno straccio per pulire i pennelli.
Si scambiarono uno sguardo, si abbracciarono forte, in silenzio.
- Rimani da me, Caterì, rimani, e poi dobbiamo ancora brindare, sul serio, al mio pensionamento.
- Beata a te, io devo ancora pensà a mi fija…
- Nun te preoccupà, nun te sentì sola…
Qualche ora dopo, si ritrovarono nel letto, ancora a ridere, a chiacchierare, a dire fesserie, a darsi la buonanotte che era già mattino.
Danis
Per DODOC e GIRASOLE
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Se fosse soltanto scompiglio di vento leggero,
se fosse soltanto uno sguardo velato, più vero,
se il sole squarciasse le nubi che adombrano il mare
e noi si restasse con occhi distanti, a guardare.
Se a voi arrivasse il salmastro e profumo selvaggio
di mani intrecciate, di baci, e la voglia di un viaggio
che lasci la notte sfrontata e le braccia dolenti
per strette, sussurri, sospiri, rimescolamenti.
Di nuovo risate e capelli di donna-bambina
e seni sfiorati da un uomo che odora di brina,
di pelle sudata da bere, un bicchiere di vino
che liberi e faccia arrivare, stremato, il mattino.
Sarà sottomesso quel sonno che arriverà tardi,
lo avrete aggiogato e rubato con pochi riguardi.
Per voi coglierei tra le stelle la più luminosa
perché vi accompagni e sorrida felice, radiosa.
Danis
SPIGOLATURE (CON APPENDICE IN FAMIGLIA) SULLA SCUOLA
Un tempo si andava a scuola per “imparare a leggere, scrivere e far di conto”, oggi, a mio parere, da osservatrice esterna che vive in una famiglia di insegnanti, dobbiamo fare i conti con una scuola che non riesce più ad andare avanti, incanagliata in meandri di opportunismo politico che le hanno tolto il ruolo che aveva.
Quando mi chiedono cosa insegno (giacchè la moglie di un docente, col “ricco” stipendio destinato a questa categoria di formatori ed educatori, si pensa che necessariamente debba portare un'altra fonte di reddito) rispondo che io nè insegno nè imparo, cosa verissima, e tuttavia so vedere, per esempio, che tutti oramai usano il termine “una tantum” pensando di dire “una volta ogni tanto”…e troppi giornalisti al posto di “oppure, ovvero” dicono “piuttosto che”, ed ora addirittura usano “dove” per “quando”, cioè non in senso spaziale ma temporale. La lingua parlata è quella che detta le regole, ne sono convinta e mi sta bene, posso non essere attratta dal purismo ed amare uno scritto moderno, più sincopato, ma c’è un limite a tutto. E che dire dell’uso ormai senza freni di termini inglesi anche quando non ce n’è bisogno? Cos’ha di più affascinante “authorithy” rispetto ad “autorità”, e si potrebbe continuare all’infinito.
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Dedico queste brevi considerazioni a mia sorella che da settembre è in pensione, battagliera contro il bullismo, che ha fatto innamorare i suoi ragazzi alla geografia ed alla matematica, che li ha aiutati ad esprimersi con pezzi di teatro in lingua sarda, divertendosi e divertendo, che ha insegnato loro come leggere gli stradari e compilare un vaglia, che ha chiuso un occhio su chi, andando a fare il pastore, di occhi ne chiudeva due sopra il banco.
Cara Gabriella, ti ringrazio per aver avuto a cuore la sorte delle ragazze che, prima di finire la scuola dell’obbligo, hanno tentato di lasciare tutto, perche le gravidanze precoci sono un gravissimo problema.
Grazie a te ho imparato l’alfabetizzazione greca che ancora non ero al ginnasio, ed ho potuto aiutarti a ripetere “L’orazione per l’invalido” di Eratostene. Ho amato le tue storie della filosofia, ho apprezzato la letteratura femminile. Grazie per i libri che mi hai regalato e grazie per avermi fatto apprezzare Stefano Benni ed Italo Calvino. Grazie per la stima che hai sempre manifestato nei miei confronti, chiedendomi consigli sulla narrativa da proporre ai tuoi ragazzi. Grazie per il viaggio in India e per il tuo continuo girare per il mondo senza clamore, senza nient’ altro che i tuoi occhi curiosi e cartoline con una firma. Grazie per avermi portato agli “8 marzo” che all’epoca nessuno festeggiava.
Grazie per la figuraccia che mi hai fatto fare con la mia insegnante delle medie, alla quale dissi che io “leggevo con la restituta…”, ma il termine ebbe un piccolo cambiamento. Ed ancora, quello stravolgimento alla lavagna: “Vira virae virae viram vira vira"…chissà se un giorno i ragazzi potranno ridere per questa cosa che faceva coppia con il mio “exercitus lardi” ed il tuo famoso “Eschilo Eschilo che qui si Sofocle, scendino le scale Euripide”! Grazie per avermi fatto la recensione di ogni film, per vedere se poteva piacermi, grazie per avermi regalato la cassetta della “maschera di ferro”, quella originale, film che vidi, da bambina, nascosta tra le spalle di nostro fratello, perché da sensibile insegnante mi hai voluto far superare quel “trauma” non da poco. Grazie per tutti i romanzi usati che porti in valigia per me, rivestiti da copertine di fogli protocollo su cui disegni e scrivi il titolo e l’autore, anche nel bordo, con la tua grafia bella e particolare, grazie perché non dirò “bella calligrafia”. Grazie per aver dato ai tuoi alunni il mio raccontino di Natale come traccia di tema…
Ti aspettiamo a Roma, papà ancora ti chiama Bibi, come quando eri bambina.
Ti voglio un gran bene, Gabriella.
Danis