FRANCESCO
Ci siamo conosciuti il 15 maggio 1993, giorno di cui ricorda tanti particolari. L’occasione in primo luogo, la riunione della nostra associazione Il Gabbiano con amici e psicologi aventi a che fare con gli attacchi di panico. In modo teneramente feticistico gli donai il collant che indossavo: nero, a rete larga, con qualche ricamo di farfalla a gironzolare sotto la minigonna di chi ha una vita più leggera da aggiungere a quella di scarto avuta in dotazione.
Quando lo vedo per la prima volta, il suo cercare appoggi tra le sedie e certe smorfie non mi trovano impreparata. La mia mano acciuffa la sua, sudata e dolente. “Mi hai salvato la vita”, mi dirà dopo, mentre lo si riaccompagna a casa. Quel suo momento difficile passa e tanti ne faccio passare dal telefono di casa, ogni mattina, per tirarlo fuori dal circolo malefico lasciandogli immaginare una donna bellissima che lo porta su evanescenze erotiche, le più convincenti e terapeutiche, allora.
Francesco per quindici anni ha fatto il maestro elementare, l’ultimo con la madre che lo accompagnava, poi ha dovuto arrendersi, ma non allo studio, e senza l’ansia che lo prende, da molto tempo avrebbe portato a compimento il suo interessante corso di laurea. Tra i tanti spiritosi episodi “professionali”, mi riferisce un frammento di tema di uno scolaro ruspantello e scarcagnato: ”C’è la camera da letto che qualche volta ci addorme il papà che fa il camionista e qualche volta ci addorme il sor Michele”. Studia su testi di filosofia, storia, tedesco, e riempie la casa coi gadget dei settimanali: dvd di Totò, Sordi, Verdone e vecchi film con la Fenech. Ha perso entrambi i genitori durante un suo ricovero in clinica psichiatrica, e quando i marpioni del Compro Casa lo chiamano, lui risponde che non c’è suo padre, ma che, se si recano al cimitero, prima tomba a destra, potranno fare ottimi affari con lui.
Con gli anni esce sempre di meno e non dorme di notte. Mi chiama per certe cronache che mi divertono e si appassiona alle scritte sui muri di Roma, come: Da Rostock ai Pirenei risuonano gli scarponi degli Skinhead, ma con l’anonima aggiunta: metteteve le ciavatte e annate affanculo! Al semaforo di Porta Maggiore, dopo aver dato l’offerta ad un poveraccio, raccoglie il cartello, abbandonato dal postulante dietro una fratta, con scritta di pietismo fantasioso e pesante: mia casa cascata a yugoslavia sono povero ed ho 3 figli. Trova lo stesso disgraziato, il giorno dopo, con un analogo e più drammatico cartone: sono povero e ho 5 figli, gli presenta cinicamente il vecchio ritaglio di scatolone e gli chiede come ha fatto ad aggiungere prole in così poco tempo…per beccarsi un italianissimo vaffa…
Mi consola, quando mi lamento dell’età che passa, recitando una sua tipica tiritera: Sei tu come Rosy Bindi, come Golda Meir, come Camilla Parker Bowles ? Mi fa recapitare una rivista con la foto di Carla Bruni, chiedendomi Ma che ci fai all’Eliseo ?
Nulla sfugge ad una sorta di sesto senso, ad una sensibilità profonda. Nel tempo ricevo orologi da polso e vecchie cartoline, scatole di latta, piatti da parete, nastri con canzoni che non riesco a trovare, tanti libri, di cui è cultore, e agende, ogni anno più di una, tra cui la Smemoranda, che tanto mi piace. Per le feste ottimo vino, pur sapendo che non bevo, e cioccolato finissimo che non mi fa bene. Mi riferisce delle sue telefonate al negozio di pizzicheria che si chiama Piccoli Piaceri ed al cui commesso divertito dice: Pronto, Piccole Godurie? Davanti ad un liquore casareccio alla fragola, storce il naso dicendo che il drink ha l’odore degli slip della zia, che da ragazzino odorava di nascosto in bagno; e mi omaggia col ritaglio di giornale in cui la nipote del Duce indossa solo un minuscolo tanga.
Solo io riesco a fargli avere assistenza medica con una delega che stupisce l’impiegato. Sono tanti anni che non ha un medico di base. E’ iperteso, iperglicemico, non ha denti e non smette di mangiare compulsivamente. Non esegue controlli, ne ha terrore.
Ha episodi da raccontare che vedono come scena il famoso mercato di P.zza Vittorio e ride per lo stupore del dinoccolato africano da cui acquistò un vaso da notte (chè certamente in Africa non si piscia in modo così tenero e delicato dopo i 50…), ma i fobici conoscono questo attrezzo provvidenziale da tenere sotto il letto; ed ancora riferisce le reazioni raccapriccianti delle capatrici di broccoletti, dalle “ginocchia proletarie”, com’egli dice, e con i mezzi guanti invernali, davanti a chi palpeggia con insistenza la frutta. 
Roma è così, come noi, sbragata e simpatica, nullafacente ed operosa, giungla in cui si può ridere anche nello strapazzo della follia colta e della normalità avvilente. Forse siamo tutti un po’ pazzi e la verità è nel testo di Orgasmo da Rotterdam, come ama chiamarlo.
Attento alla politica, lancia i suoi strali contro tutti, del resto lui stesso si paragona a Spadolini ritratto dalla penna di Forattini. Spassoso più che polemico ha la saggezza di chi appartiene a questo mondo, ma un po’ anche all’altro, intravisto spesso, quando si piange di paura e la crisi è anticamera di lugubri litanie. 
Se riuscirai a laurearti, faremo l’amore, gli promisi scherzosamente un giorno per spronarlo, ben sapendo anche che tanti anni di vita accartocciata e mortificata dallo spavento distruggono il desiderio e che il tempo è impietoso per tutti.
Danis