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lunedì, 31 dicembre 2007

 

 

Pé li Santi Innocentini…

 

“Pé li Santi Innocentini, sò finite le feste e li quatrini”, diceva er Ciancica (vero nome Pietro), sempre con una raffica di parole e toni che gli hanno procurato questo nomignolo. Voce gutturale romanesca e logorrea incespicante, ma sostenuta da un austero doppiomento che sembrava fatto apposta.

“Si venite a casa, c’è ‘na bottija de sciampagne in fresco”. E figurati, tutto era grandioso per lui ed era alibi nobilitante l’assenza di istruzione, da palazzinaro figlio di palazzinari. Persino il presepe, nel salone, era assemblato con statue enormi. Una natività esagerata e l’abete fino al soffitto. Tutto caciara e quell’orgoglio di aver fatto mille lavori, ma in realtà solo giostrare, senza misericordia alcuna, quei soldi accumulati e nati da soldi, come succede a chi vive per questo e si dichiara indifferente e persino un po’ sprezzante nei confronti di chi campa di lavoro stabile: “Sarei morto a fà l’impiegato”…Lo diceva davanti a mio padre, un impiegato, del cui tranquillo “ventisette” siamo cresciuti, chi più chi meno, “sanza infamia e sanza lodo”, come si può intuire. Conosco er Ciancica da più di trent’anni. Da lui solo discorsi su quattrini e investimenti, e quella bottiglia eternamente in fresco con etichetta costosa. Mobili bar ovunque, uno in  stile “Elvis Presley” color rosa laccato, ad angolo, enorme.

La sua è famiglia di spose-bambine e nonne con le ciglia finte, di donne bionde da generazioni, e di affari che non guardano in faccia a nessuno. Case  comprate e rivendute, arraffate ai creditori, e affari immobiliari sempre in corso.

Ricordo un buffet per una festa da nulla, con i camerieri in livrea e calici in abbondanza, la stanza dei bambini piena di decorazioni, la baby sitter deferente.Tutto esagerato. La nipotina  portata a cena dal nonno per i suoi 7 anni, omaggiata di un bouquet di fiori: “’A più giovane ce l’avevo io e tutti a rosicà!”.

Incontro sua moglie all’inaugurazione di un locale. Mi siedo accanto a lei che sorseggia un caffè. Si tiene addosso la pelliccia. Mi sento fuoriposto tra quello sfoggio di educata convivialità, luci studiate ed abiti su misura, dal lusso di quel locale in cui non ho più messo piede. “Me la sò tanto goduta ‘a pupa”, e via a ricordare le sue nipoti ed i pronipotini che cominciavano ad arrivare…

“Anche sto Capodanno nun è passato inosservato”, diceva lui, gagliardo, molti anni fa, tirando su col naso, tra il cortile innevato e quel forno a legna, tavoli lunghissimi, camere da letto e bagni, una zona dedicata al biliardo ed il tavolo da ping pong.

Non molto tempo fa l'ho visto stanco. Da quando un incidente d’auto le ha portato via la donna che aveva sposato sedicenne e che venerava e teneva distante da tutto, meno che dal lusso degli abiti e da gioielli sbalzati alla Tutankamon, si è fatto vecchio e l’ho sorpreso per strada con un paio di pantofole chiuse, acciaccato e intimidito. Ciancica poco, adesso.

Quell’uomo tanto arrogante mi ha intenerito. Privato di quella donna ancora giovane che indossava le Superga argentate e pantaloni color albicocca, mi sembra l’ombra del tronfio che conobbi da ragazza. Sembrava ignorare tutto, lei, quasi fosse rimasta per tutta la vita un’adorata bambina, cui i figli facevano lo scherzo di bere acqua fingendo chissà che grappa…So che fa regali da poco, ora, per disaffezione più che per taccagneria.

Si scusa per le calzature di fortuna e dell'abbigliamento dimesso. Mi chiedo che cosa ne è del traffichino cincischiante.

Mi si stringe il cuore.

 

                             Danis


postato da: xdanisx alle ore 12:25 | link | commenti (115)
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domenica, 23 dicembre 2007

 

 

              

GIULIA

 

  Chiuse gli occhi e poggiò la testa sul cuscino, visualizzò un vortice scuro tra nastri dorati. Era stanca e sola, persa nel giorno di Natale. La fatica del tempo di festa le dava un dolore morbido, rassegnato all’apparenza di calma tra smagliature di ore randagie. Ora si aggiungeva lo stordimento per il solitario brindisi e cercò di farsi cullare dal fresco delle lenzuola. Da anni ormai era in guerra con la temperatura del suo corpo sempre alta e non c’era neanche l’ombra di imbarazzo per quei suoi capi leggeri,  le camicette di cotone, lo sventolio di gonne da passeggiata su riva di mare. Era bella Giulia, di una bellezza un po’ patita per via di quegli occhi profondi e di quel cerchio scuro, ma null’altro traspariva nel viso chiaro e questo la riparava da atteggiamenti protettivi che avrebbero offeso quel corpo aggraziato, il suo modo di accostarsi alle siepi del giardino, l’inchinarsi da bimba alla fontanella, l’innata eleganza nel portare piccole borse a mano. A volte intuiva che quel disagio era solo energia offerta dalla vita: troppo spenta per affiorare dolcemente, troppo dura e compressa per esprimersi senza spaventarla. Giulia aveva quarant'anni  da contare.

  Usciva spesso, e così fece anche quel pomeriggio di Natale. C’era fresco fuori e pioveva piano. Aprì l’ombrello e si riprese dal torpore grazie all’aria che le si avvicinava con complicità d’avventura. Vide le luci di festa e, col viso offerto al cielo ed il passo svelto, si fece piacevole quell’attimo. Sedette su una panchina di pietra del parco e vide pochi bambini goffi, nelle giacchine imbottite, e, come sempre ormai da alcuni anni, fu sul punto di recitare la preghiera che ripeteva tutti i giorni: ”Proteggimi in vita e in morte…”

  Giulia aveva un abuso di lacrime da dimenticare. Si distrasse appena,  rimise nella busta il foglio di preghiera dopo averlo piegato in quattro, compiacendosi di resistere all’ossessione di quotidiane giaculatorie. Accese una sigaretta, riuscì a rilassarsi e col buio riprese la strada di casa. Nessuno l’avrebbe cercata e festeggiò il suo Natale da sola con un  accenno di sorriso, e con le mani che accarezzavano la superficie di pietra fredda della panchina, come di altare.

  Poi a casa avrebbe di nuovo cercato conforto nel suo letto.

 

                                                    Danis       

 

 

 


postato da: xdanisx alle ore 23:41 | link | commenti (71)
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lunedì, 17 dicembre 2007

RACCONTINO  DI  NATALE

 

                                         *******

 

    Mi trovavo su un catafalco con altri panettoni, fuori l’uscio di un negozio di dolciumi e caffè.

   Come ogni anno, in quel periodo, eravamo in mostra, al freddo, appena coperti da un incarto trasparente, vicino a prodotti più costosi, farciti da creme e nobilitati da raffinati e lucidi involucri che io guardavo con invidia.

   Quell’anno toccò a me: ero in cima ed aspettavo la tragica fine in qualche stomaco, mescolato a pezzetti di cioccolata, noci sminuzzate, salse e frutta disfatta, invischiata con spumante, liquori e caffè, prima di essere attaccato dai succhi gastrici e morire, dopo essere stato sventrato da manine infantili e rapaci che mi estirpavano zibibbo e canditi.

   Un signore disattento cadde sulla piramide e mi ritrovai al centro della strada mentre un’auto mi schiacciò sull’asfalto.

   Il mio corpo, poco dignitosamente sbriciolato, finì velocemente nel cassonetto dei rifiuti...Quando si dice “morte naturale”!

 

                                                            Danis

 

                                       

 


postato da: xdanisx alle ore 21:06 | link | commenti (89)
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venerdì, 07 dicembre 2007

 

I MURI PARLANO

 

 

   Era una stanza tappezzata di carta sull’ocra, con disegni di gigli fiorentini, dal pavimento curato. Una scrivania e due seggiole, libri di medicina, dai tre volumi di “Anatomia Umana Normale” ai tomi in inglese, specialistici.

   Il letto addossato al muro sembrava appartenermi. Sempre ben riassettato dalla mamma, che di mattina spendeva energie di donna “testaccina”, con una terribile vestaglia addosso, aperta sul seno abbondante che mostrava una sottoveste chiusa da una spilla da balia. Poi l’avvio, insieme al marito, verso il negozio di Viale Somalia. Una maniera pessima di esprimersi, domande indiscrete e quell’uso del verbo “sgravare” anche per le donne…Un mangiare con inzuppatura di salse e un ingurgitare in fretta. Mani rosse di lavoro e bucati e stirature…Tappeti persiani arrotolati dietro le porte e stesi ovunque. In quella casa non attecchivano le piante, non c’era verso per loro di ossigenarsi. Me le portavo a casa, le affidavo alle mani operose e tranquille di mia madre. Sempre troppo calcio in televisione, le puntata di “Beautiful”, un carrello di ottone dorato, una profonda sciatteria da arricchiti bottegai, una collezione di bicchieri in cristallo da tirare fuori tutte le domeniche, con il bollino a certificare, persino dopo molti lavaggi, come li tenesse una colla da parvenue. Statuine  costose con le quattro stagioni, collezioni di maschere carnacialesche in porcellana finissima, moltissimo Limoges, tanto argento, stampe antiche, opere di artisti quotati per chi non aveva mai sfogliato un catalogo, mai visto una mostra. Divano e poltrone in pelle, nella sala da pranzo. Il pavimento antico, poi nel tempo sostituito da un anonimo parquet, le tende bianche continuamente lavate. Il mio aiuto costante in lavori domestici alla “nobile stirpe” di persone in sovrappeso, indelicate, a tratti cattive...

   La chitarra per strimpellare con gli amici ed il giradischi per quel mio caro “Rimmel” e Patty Smith, bellissima in copertina, “Mrs. Robinson” di Simon e Garfunkel e “Gli zingari felici” di Claudio Lolli. Accanto al letto un camodino e scarpe sportive di ogni genere, portasci e racchette da tennis. Una finestra sulla strada, con mercato rumoroso di bancarelle. Libri non specifici quasi assenti, a parte quell’ “Autocoscienza al maschile”, un mio primissimo dono, per i suoi 20 anni. Fiori ad ogni primavera, o altri omaggi accompagnati dal mio disegnino di Snoopy e di Woodstock, o da un arcobaleno colorato, gioco di innamorati. Ogni 21 marzo, una festa di allegria e tanta ginnastica nei percorsi a Villa Ada…

   Sulla parete di fronte al letto, che era il posto dove la zia zitella ritrovò il mio girocollo, due immagini: “Il quarto Stato” ed il poster di Yasser Arafat nella sua kefiah con la scritta “Al Fatah vincerà”. Sopra il letto una locandina di “Umbria jazz”. Quella stanza iniziò a trasformarsi di fretta. In un breve lasso di tempo comparve qualcosa di nuovo alle pareti: il “giuramento di Ippocrate” ed il diploma di laurea in medicina e chirurgia sostituirono le vecchie, care immagini. Intanto spuntò una litografia, dono di un paziente tanto riconoscente per la premura del neo dottore. Su una mensola, certi orsetti inventati con l’uncinetto e piccoli oggettini, furono  considerati  dei “raccogli polvere”. Le diapositive col mio volto abbronzato e sorridente, con l’asciugamani rosa incrociato sotto le spalle dorate e con i capelli bagnati di mare, le foto in costume, insieme a quel proiettore, dono di Natale, parvero a loro cose inutili e a me dolorosi ricordi di tante vacanze felici…

   Un giorno sgombrai il fondo del  cassetto pieno dei miei bigliettini, li gettai come a voler togliere ogni traccia di passaggio...La signora del piano di sopra cominciava a chiamarlo “dottore”. Ancora  qualche altro riconoscimento professionale, incorniciato. Una lampada di Artemide modernissima. Tutto liberato dal disordine dello studio, dall’odore di caffè che ci sosteneva, e di merende sbocconcellate in cucina, da una bocca all’altra…Gettai via tanto lavoro di tenerezza, di nascosto. Non ho più rivisto quella casa. Non è da matti riuscire a parlare con i muri, che vedono e rispecchiano…

                                    

                                       Danis

                                         

 


postato da: xdanisx alle ore 19:02 | link | commenti (110)
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