Un amico mi ha fatto notare di non aver ben compreso il senso del mio racconto, cui ho dato come titolo il nome di una donna.
Questo racconto, postato un pò "selvaggiamente", come è a me congeniale, non è recente. Risale a qualche anno fa, quando amavo entrare in tematiche tanto vicino alle donne. Non c'è un accenno di preabolo perchè non credo che chi scrive, ora affidandosi solo alla fantasia, ora attingendo al proprio vissuto, debba fornire spiegazioni o giustificazioni.
La storiellina, comunque, nasce da una frase letta in un libro della mia infanzia. Insomma, per accontentare chi proprio non rinuncia a chiedersi se sia autobiografico, dirò che mio marito non fuma, ed io non soffro di mal di gola! A voi il "piacere" di capire che tutto ciò che scrivo è un misto di fantasia e realtà: modeste creazioni letterarie che non escludono, talora, anche degli effettivi riferimenti biografici. Dal lettore mi aspetto soprattutto l'apprezzamento o meno di forma e contenuto, e non già una indagine storica, che non si addice ad un blog che non è mai un fedele diario personale.
Danis
“Metti a posto quella bambola! Intimò la direttrice”.
Era la didascalia di un disegno del suo romanzo da bambina: “La piccola Lady Jane”.
Odiosa la direttrice e tenera ed aggraziata la piccola, con un abito vaporoso ed un romantico cappellino d’altri tempi.
Con questa frase ricorrente nel pensiero, iniziava il viaggio di rientro. Un viaggio troppo lungo per Caterina, una giornata intera da passare su un sedile reclinato, accanto a suo marito che guidava in silenzio.
La febbre era alta ed ogni tanto avvertiva brividi che la costringevano ad avvolgere fin sul viso lo scialle che aveva portato con sé e che ora aveva l’odore del fumo di camino, poi sentiva un caldo improvviso ed un dolore alle ossa.
Era solo una banale influenza, il vento l’aveva investita di freddo colpendola come fosse un fuscello durante quella passeggiata solitaria tra i pini del bosco, mentre ascoltava il rumore dei suoi passi sul terreno con gli occhi avidi di cielo, quel cielo che aveva nuvole e luce, che a volte diventava mare sconfinato, poi ancora cielo ed aria buona e colorata da rubare all’universo.
“Metti a posto quella bambola!” Intimò? Ordinò? Implorò?…
Le sfuggiva il termine esatto, ma doveva essere senz’altro “intimò”, giacchè il disegno mostrava il visetto impaurito della piccola Jane.
Caterina non aveva usato farmaci per curare questo piccolo malessere. La sua gravidanza, appena agli inizi, le imponeva divieti che lei rispettava con stupito rigore, eppure era confusa e inconsapevole delle responsabilità che le sarebbero piovute addosso, era incapace di pensare al futuro.
Quel piccolo avrebbe avuto una madre con la mente disturbata, poco affidabile. Forse qualcuno della sua famiglia le avrebbe risparmiato la dolorosa fatica di crescerlo, ma a farlo nascere avrebbe dovuto pensarci lei, e non voleva pensarci, al momento.
Ora Caterina provava a cercare una posizione più comoda e stiracchiando le gambe e le braccia, si massaggiò il palmo della mano che le doleva spesso, per chissà quale motivo. Aveva bruciore alla gola e le venne voglia di un latte caldo, ma non ruppe il silenzio.
Nel tempo che passava, con le auto in coda e poi in velocità sull’autostrada, sistemò meglio il cuscino e, seppur con il senso di pudore per suo marito attento nella guida, assorto nei suoi pensieri, le vennero in mente i giorni più giovanili della sua vita, quando sdraiata come allora sul sedile di un’auto, aveva avuto il suo amore tra le braccia. Era un ragazzo alto, magro, delicato, biondo. Era un amore grande che le aveva regalato il senso dell’immenso, del divino. Era un amore capace di annullare la possibilità di nuocere del male, persino del più forte, acuto e cattivo dolore. Un amore durato poco, che si portava dietro il ricordo di capelli sul viso e labbra sempre dolci e screpolate, nostalgia di mani capaci di carezze sempre un po’ in ritardo rispetto al suo desiderio, i momenti con lui tra le braccia, col suo viso negli occhi. Era un amore assoluto.
Lui gli si dondolava dentro, una calda umidità li univa e li rendeva pazzi di gioia, una gioia sempre più grande e spalancata.
Caterina riviveva quel morbido scivolare che non c’era più, Lui era andato via, scalzato dall’uomo che ora le sedeva accanto, mentre fumando, guidava in silenzio.
Con lui era la felicità senza carezze sul viso né il movimento del naso che a volte si contraeva in un’espressione particolarissima e assorta. Era tanta la sua bellezza, Adesso lei non poteva più avere ragione delle vicende che l’avevano fatta ammalare. Si sentiva intrappolata, sospinta su filo spinato in un’area smisurata, abitata da ciclamini ed erba, con un sole pulito che odorava di fieno, Erano periodi di salute e polmoni che si aprivano nella corsa e nella sana fatica su quelle rocce e sul terreno erboso eppure duro della montagna d’estate. Allora bastava una sosta per un panino o un po’ di cioccolato per assaporare quella stanchezza accompagnata dall’orgoglio dell’esercizio fisico.
Caterina era agile e marciava con lo zaino sulle spalle e ai piedi quelle scarpe robuste che aveva comprato in paese quando si era accorta che le sue, da ginnastica, non erano sufficienti.
Proprio allora, in un istante durante il viaggio, un piccolo singulto le fece aprire le gambe, impercettibilmente, appena un po’. Le serrò velocemente, come se temesse che i suoi pensieri e quel gesto fossero facilmente captabili. Per un istante ancora rievocò quei baci sulla pelle ed il piacere che diventava una risata sconfinata che li univa e dava forza all’attesa del giorno successivo, giorni di bigliettini nelle tasche, giorni che valevano la vita. Li avrebbe barattati con anni di esistenza tranquilla, senza punte di spinose asprezze?
Accavallò le gambe in punizione per quei pensieri che stava ricamando con la mente, come cristalli di neve freddi e fantasiosi di geometria viva e luccicante, abbacinanti da far chiudere gli occhi .
Avvertì un languore unico ed un senso di vuoto consolante per la risposta che si dava a domande che non avevano senso alcuno.
Via la sciarpa, di nuovo caldo, come il latte che avrebbe bevuto di lì a poco.
“Metti a posto quella bambola, o farai una pessima fine! Metti a posto quella bambola!”, implorò la terribile e mortalmente crudele direttrice, prima di cadere in un pianto isterico, irrefrenabile.
Danis
Mi affaccio alla finestra e trovo il prato fiorito, le rose di un rosso screziato di fuxia, l'albero proteso con i suoi frutti acerbi ed un sole che illumina e scalda.
Nella penombra della stanza, dove mi trovo reclusa, mi accorgo che non serve a nulla avere idee precise sui motivi di tanto sconforto.
Non ho risposte e sono persino priva di domande da pormi. La mia esistenza è una realtà che ogni tanto fa male, come una ferita incapace di rimarginarsi.
E' un segno dell'anima che spesso sanguina copiosamente, sottrae forza ed offende il sole che scalda ed illumina.
Ad un tratto sento le lacrime più inutili, quelle che non avranno sollievo: sangue di ferita e lacrime da occhi che si sciuperanno nell'invano tentativo di spiegare la brutale distanza tra questo mio esserci e tutto quello che sta accadendo fuori.
La primavera non mi conosce. E' una stagione che ho superato, è un vedere, oltre le rose, quella gru metallica gialla, che fa rumore dal mattino. Tutto è in ristrutturazione.
Ci sono vuoti da colmare ed abbondanza di emozioni da mitigare, da rendere leggere, da vivere come un soffio di vento, come la corsa di un bimbo felice. Non ho risposte da darmi e non so pormi quesiti.
La mia ragione è passata attraverso tumulti di rabbia, esperienze di dolorosa acuzie, accettazione dell'inaccettabile.
Oltre le tende, nella penombra della stanza, il mostro giallo si fa protagonista, ruba la scena, e mi racconta che, oltre la realtà del giardino, che si nutre di una bella stagione, c'è qualcosa di pesantemente artificiale, estraneo alla primavera.
E questo senso di alienazione è quello che vivo io, adesso, nella penombra, con lacrime che non verranno asciugate, ma seccheranno evaporando, lasciando un altro piccolo segno sul volto.
Danis
Le giornate non sono tutte uguali. A volte si riflette, magari con una biro in mano, su cose scomode, tristi, eppure assolutamente inevitabili, che ci accadono. Vi “offro” un raccontino brevissimo (e di questa brevità dovrete essere grati) che ho scritto tempo fa. Lo propongo alla vostra attenzione, non con l’intento di rattristarvi, ma di farvi capire che a volte, alzando gli occhi al cielo, ci si vede un buio non rischiarato da pietose stelle. E’ la vita, ed è la mia vita, “arricchita” dall’alteranza di umore che la stagione “regala”, ai malinconici, come un frutto amaro. Attendo tempi migliori…!
Aveva sedici anni Vincenzo e non riusciva né a studiare né a lavorare.
Era un cattivo soggetto e frequentava ragazzi più grandi e disgraziati di lui. Quel giorno lo avevano messo alla prova: uno scippo per dimostrare di avere abbastanza forza per entrare nella combriccola.
Era in motorino davanti all’ospedale, dove sarebbe stato facile trovare persone indifese: solo una prova, ma si sentiva sbronzo per la notte passata al bar e poi fuori, col freddo addosso, ed aveva tanta paura.
Gli amici, appostati all’altro lato della strada, gli facevano cenni, lo prendevano in giro e lui esitava, terrorizzato. Vide avanzare una anziana signora, con una borsa in mano, facile da strappare senza ammazzare nessuno. In un attimo fu sua e corse, non vide più nulla, corse a casa dove sua nonna, ormai quasi cieca e con gambe gonfie e bianche, era ad aspettarlo in cucina, con sua madre. Lo aspettavano silenziose.
Corse nella sua stanza e si buttò sul letto. Nella borsa trovò poche cose e, in una bustina di farmacia, un contenitore con dentro urine. Nel portafogli, una foto e un biglietto plastificato su cui era scritto: sono diabetica, se mi trovate confusa potrei avere urgente bisogno di una bevanda zuccherata, se sono incosciente chiamate subito un’ambulanza.
Vincenzo rimase lì, su quella brandina a piangere per un tempo indefinito, a bagnare di lacrime e muco le sue mani che tremavano, a mordersi le labbra, e più tentava di frenarsi, più lacrime, freddo, pena per sé stesso lo scuotevano.
Il contenitore con le urine era lì, il contenitore con le urine…Si addormentò subito, e si svegliò con sua madre seduta su una sedia, muta, accanto a lui.
Danis
Ho deciso di postare un mio vecchio scritto ispirato all'Odissea, vista dalla parte di una Penelope disincantata. Nel finale, "nobilito" il tutto, con un accenno al filosofo esistenzialista Heidegger che dedica la sua speculazione al significato profondo dell' "Essere".
"Le ore del mattino hanno l'oro in bocca"! dice il saggio...La giornata inizia con un trillo al citofono, rispondo ed una voce dichiara di essere della Guardia di Finanza, ma non per noi .....! Ci mancherebbe! Con le imposte che paghiamo, i contributi trattenuti alla fonte, le spese telefoniche per servizi inesistenti, spazzatura che diventa pregiata, nonchè da me minuziosamente ripartita per lo smaltimento, col senso civico che mi impedisce di gettare in strada anche un solo scontrino, che trovo poi numerosi in borsa ...I giovanotti della Finanza cercano notizie su una "Società straniera" truffaldina ed allora, in pena per mio marito, a metà rasatura, spiego loro che al piano di sotto abbiamo un numero imprecisato di cittadini del Bangladesh, peraltro i più gentili nel cedere il passo davanti al portone, i più veloci nel salutare....Indosso un pigiama color natale ed ho i capelli in disordine, proseguo segnalando un Hotel cinese, al piano superiore ed avviso che le prostitute albanesi, che ci intasavano di taxy la strada, hanno scelto altre destinazioni...
Esco con la mia amica per fare la spesa. Passo in farmacia per le mie scorte e pago 20 euro, mi azzardo ad informarmi sul costo di una crema per il viso: 140 euro.."Grazie dottoressa"!
Al bar ordino un cappuccino ma mi arriva un caffè; bene, è stato un errore, ma così consumo meno calorie, rimugino per consolarmi. Di fronte al bar c'è il mercato ed io devo rifornirmi di verdura e frutta. Vado dal solito ciociaro, la moglie allatta il suo quarto figlio e non posso parlare con lei che mi fa ricordare Franca Valeri nelle scenette di " Prondo Mammà.." Conosco i prezzi, ma, cribbio, sono il doppio abbondante di quelli del reparto ortofrutta del mio supermercato.
Non faccio in tempo a ribellarmi, il ciociaro mi porge la cesta ed un mandarino che dopo il caffè ci sta d'incanto. Compro il minimo indispensabile, pensando che il quarto figlio ce lo possono dare in adozione, dati i sovrapprezzi.....però abbiamo avuto il prezzemolo in omaggio....
Al supermercato, saggiamente risparmio e non ho fila. Fuori c'è il nostro "amico" Mohammed, che vende CD di pessima qualità, so che non devo farlo, so che dovrei chiamare un competente della psiche, ma....Chiedo notizie della sua famiglia lontana, di politica non si può parlare, mi sento in colpa perchè in genere gli prendevo i tramezzini senza carne suina, altri generi di conforto, tè freschi d'estate, anche perchè lui era abituato al caldo, ma qui...
Non resisto davanti all'ultimo lavoro di Massimo Ranieri, che io ignoravo e dileggiavo al tempo di "rose rosse" ma di cui ora apprezzo le doti di interprete e di straordinario "contaminatore etnico". Prendo i 2 CD al prezzo di euro 10, per ironia della sorte l'istrione ci ha ficcato dentro "rose rosse" ....Ma Mohammed....
Arrivo a casa, Il freezer mi offre stalattiti e sono confusa, sono certa che Mohammed non può fregare quelli più furbi di me. Ascolto......mio dio, per Allah....... sembra che Massimo Ranieri abbia fumato come Fidèl in tutta la sua vita e bevuto come una strana specie di spugna gigante di un mare inquinato..GRACCHIA, e le più belle canzoni, non ci sono...si, forse la Guardia di Finanza passata stamattina avrebbe detto di non danneggiare la S.I.A.E...
Ma siamo certi che le ore del mattino siano così auree? A me questa sembra una giornata particolarmente..escremenziale!
Danis
In questi giorni, Papa Ratzinger ha puntualizzato che Gesù non consumò carne di agnello, durante l'ultima cena, essendo Egli stesso "agnello sacrificale". Quest'anno, non certo condizionata dalle affermazioni del Pontefice, non ho avuto nessuna voglia di essere "complice" della mattanza di animali, cui riconosco il diritto alla vita, non importa se in possesso o meno di un'anima.
Per pranzo ho preparato una frittata con cipolle, freselle al pomodoro, e trevigiana al forno. Il tutto è stato all'altezza della giornata "solenne".
Se dovessero arrivare esseri "evoluti" a fare incetta dei nostri neonati, da gustare allo spiedo, o con le patate? Senza alcuna pretesa di serie argomentazioni, così commento questa divertente immagine, che girava in rete, che propongo con leggerezza
al vostro sorriso.
Danis
Siamo in piena settimana santa, e, come al solito, il dolore insito nel periodo vive momenti di profonda acuzie. Mi manca mia madre, mi manca la leggera eppur viva partecipazione con cui, in parrocchia, partecipavamo ai riti di questo periodo. Stasera ci sarebbe stata la rievocazione del "lavaggio dei piedi" simbolo dell'umiltà del Cristo. Noi assistevamo compunte, per poi ridere alla solenne entrata dei corpulenti vicini di casa, per l'occasione ricoperti di candidi e lunghi camicioni bianchi. Per loro auspicavamo l'uso di calzini in ottimo stato, per evitare l'onta di un alluce ammiccante. Mio padre era con noi, discepolo anch'egli di questa donna che ora tanto manca ad entrambi, di questa coraggiosa ed intrepida, ironica ed infaticabile organizzatrice di viaggi in luoghi religiosi, e, con la scusa, di gite per tutta l'Europa, dalla Francia alla Spagna, dall'Inghilterra all'Austria, all'Olanda, senza nulla perdere del Marocco e della Turchia. Mia madre mi ha vista in ottima compagnia dei sacerdoti, che erano al nostro tavolo a sbofonchiare, mentre lei e mio padre non la smettevano di ridere, ed io di farmi un amaro, con padre Dario, al bar dell'albergo. Mi ha vista commossa, mia madre, davanti al Sacro sepolcro, piangente nell'orto degli ulivi, mentre lei raccoglieva le foglie sfuggite alle barriere (barriere necessarie allo scempio che mani di troppo ardore animate, avrebbero potuto compiere per l'ingordigia di un segno, per eccesso di fede). E lì ho pianto, pensando all'ipotesi scientifica di un attacco di "ansia acuta generalizzata" che avrebbe colpito il Cristo oramai angosciato nel suo essere Uomo, di fronte ad una fine vicina, immolato per una missione di cui ora non so spiegare il significato. Ho pianto per le sue manifestazioni di terrore psicofisico, per quel sudore perlato di sangue......Mi manca mia madre: siamo state insieme, sveglie dall'alba, in attesa di un bagno nelle vasche di Lourdes, dove una volontaria italiana, una ragazza bella e giovane, mi ha aiutato a calarmi, mentre qualche mano pietosa versava sulla mia schiena quell'acqua di fede, che, forse, chissà, ha operato il miracolo, guidando le abili mani del mio chirurgo del Rizzoli, che pochi anni fa, dopo più di 8 ore di sala operatoria, mi hanno ridato una schiena dritta, mobile, un aspetto che credevo di aver perso, la gioia di un paio di jeans aderenti, la mia sottile figura....Mia madre non c'è, l'ultima volta che l'ho vista, aveva tra le mani uno dei rosari di legno che comprai a Nazareth, il rosario che lei aveva scelto per il suo ultimo viaggio, lo stesso rosario che abbiamo recitato tante volte, il rosario che tengo in borsa e che non recito più. Mi manca mia madre. Cristo è risorto, di lei ho perso le tracce.
Danis
Beve qualcosa da un bicchiere, un bicchiere da whisky. Cerco con avidità il timbro delle sue labbra sul bordo liscio del bicchiere. Ci passo la lingua infinite volte, con una voluttà che non fa male, che cresce e si autoesalta.
Le labbra cercano il segno lasciato sul vetro, e poi impazziscono tra le sue, nella ricerca di godere di quel sapore, senza la funzione intermediaria del bordo liscio di un bicchiere di vetro, un bicchiere da whisky.
Follia da rievocare.
Danis
Ho spogliato un dolce, lentamente, e ne sfoglio la spirale di pasta che ricopre un interno di crema densa, dolce, profumata di frutta candita.
La lingua lascia il segno se la si affonda, la farcitura si fa prendere con le labbra, la pasta spolvera attorno un velo di zucchero e, nell'assaporare, si ha la certezza di un atto di erotica emozione.
Una briciola di crema cade sul pavimento. La raccolgo, ed il cuore si fa veloce, mentre decido di non portarla alla bocca.
Si è sfreddata, non posso pensare di averla per me, per me dalla pelle di un uomo innamorato, in attesa di questo gesto di sublime devozione.
Danis