Ho visitato, con animo tranquillamente turistico, la città che mi ha ammalata. E' piccola ed ancora la si può percorrere a piedi, con il vantaggio di riuscire a vivere le occupazioni quotidiane con un tempo programmabile, senza gli imprevisti che attanagliano cittadini meno fortunati.
Silenzio, una bella piazza, negozi e caffè davvero eleganti, persone che sembra non conoscano la fretta congestione del popolo metropolitano. Il sole è generoso con lei, la scalda, la illumina e la abbellisce, l’adorna come una donna di graziose fattezze, come una fanciulla dai capelli rossi e la rende brillante, come il sorriso del bimbo che gioca in riva al mare.
Ho passeggiato per la città che mi ha ammalata e non la ricordavo così tenera. Non ero stata mai in grado di vederla come veramente era perchè non c'era bellezza nei miei occhi, che la guardavano senza poterla vivere con gioia.
La sognavo, in questi anni di "latitanza" sofferta, con il buio che le stava addosso, opprimente, in una configurazione onirica davvero ingenerosa, come un angusto vialone pieno di marciapiedi smozzicati, di terreno mal cementato; la sognavo abbandonata e triste, come certe brutte periferie, come un posto senza un accenno di gioia, con l’amara sorpresa di aprire gli occhi al mattino per aspettare nient’altro che il rifugio nell’ombra della notte.
L’ho sognata con l’urgenza di toglierle di dosso la nebbia che lei invece non conosce.
Era gente anziana e malata, di scarsa attitudine al sorriso. Erano teatri pessimi, stracolmi di persone che si esaltavano nella banalità, forse nel tentativo di nobilitare esistenze dall’ impellente bisogno di riportarsi alla vita.
Ed erano bar sporchi, pieni di confusa promiscuità, incapaci di servire con grazia un caffè.
Mi ha torturato costringendomi in uno spazio senza meta, snaturato, claustrofobico ed irreale, in una giostra ogni volta identica, in un labirinto da cui non si esce, in un luogo dove una chiesa, una scuola, un portone, un rifugio, un vicolo dopo un attimo non li trovi più. Un posto pieno di scale a chiocciola metalliche dove non c'è mai più quello che si cerca. Un posto smarrito che mi ha fatto smarrire.
Questa città piccina e soleggiata, mi ha ammalata, con l'assunzione del primo psicofarmaco della mia vita, con i difficili tentativi di una riuscita che hanno visto invece il mio fallimento totale.
Questa città di spazio senza spazio, di luoghi senza memoria, di offuscata solitudine, mi ha regalato oggi il suo luminoso aspetto.
Un sogno troppo a lungo nutrito, un incubo che il sole ha sciolto, con il calore di una urticante ma benefica lacrima.
Danis
Ieri mattina ho ritrovato un lembo di spiaggia soleggiato e deserto. Mi sono tuffata in una passeggiata che non prevedevo, i miei piedi si sono fatti strada tra nastri di alghe ed ho ascoltato il suono del mare. La mia Sardegna mi ha tradita, mi ha ferita, non voglio più entrare in contatto con questa terra che non è terra, con la mia gente che, mi dicevo fino a sabato scorso, non è gente amica, quando, con una paura della paura di discreta intensità, quella che gli specialisti chiamano "ansia anticipatoria", dopo 15 anni di assenza, ho tentato, fortemente aiutata dai meccanismi di difesa che le persone dall'emotività malata devono sviluppare per sopravvivere, mi sono ritrovata in viaggio.
Ho sognato tante volte questa traversata, ed erano lunghe code di persone prigioniere, tenute a bada da aguzzini che toglievano loro, con una inaudita severità, il tentativo di contatto umano, una carezza, una stretta di mano, una richiesta di sigaretta e la paura era quella che si vede negli ospedali psichiatrici, laddove le persone non rientrano più nella dignità di persone. Ed erano stanze brutte ed affollate con passaggi ristretti e poco cibo, nessuna possibilità di ricongiungersi ai cari. sono state montagne di scogli puntuti e pericolosi da attraversare ferendosi, nella ricerca di un nascondiglio, braccati da aerei da guerra e persone terribili ai comandi della nave.
Mi sono svegliata tante volte con il cuore impazzito e la coscienza di essere a casa, a Roma, nel mio letto, senza avere smarrito mia madre e mio padre, senza aver visto quei corpi macilenti e la cattiveria di chi, dovendo eseguire un ordine, lo fa suo, seppur assurdo e folle, seppur indegno di essere eseguito.
Ieri mattina ho ascoltato il mare, quasi colma di un sollievo ed una gioia che, da persona troppo emotiva, ho tentato di condividere. Ho chiamato i miei amici L. e G., ma per buona sorte non li ho trovati. Pochi momenti da non condividere, da imparare a tenere da sola, una leggerezza straordinaria, una camminata veloce eppure naturale, con le mie gambe sane ed i miei occhi ben funzionanti in grado di connettermi con il mio mondo interiore, le mie emozioni totalizzanti, la paura del bene e del male, della solitudine e della conpagnia, dell'amore e dell'odio, della venuta al mondo e della morte. Paura di me stessa ma, finalmente, non sono fuggita. Ho tolto la giacca ed ho lasciato il volto esposto al sole, ho raccolto due conchiglie piccine, perchè non si ha bisogno di nulla. In quel momento, non ho avuto bisogno di nulla.
Danis