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sabato, 28 ottobre 2006

Centomilalire

Sono passati  anni, e la timidezza adolescenziale, diventa dolce ricordo  ed ausilio per apprezzare le cose che allora avevano un senso, e consegnarli alla mia storia personale, nell'attuale consumistico assetto, come evento di grande consolazione.

Giravamo  attorno ai 20 anni (probabilmente io ne avevo qualcuno di meno) ma, come dice F. Guccini:"A 20 anni si è stupidi davvero..." ma noi, io ed il  mio tenero amico lo eravamo molto di più. Passeggiavamo quel sabato sera, come spesso ci capitava di fare, per allontanarci dal peso  dello studio, dalle oppressioni famigliari, e perchè avevamo voglia di trascorrere interi pomeriggi assieme. Giravamo attorno alla stazione Termini e facevamo tappa da Feltrinelli e nelle altre  librerie, prima di finire la serata nel nostro bar, a consumare un gelato o il cioccolato caldo con panna, a seconda della stagione.

Quella sera, davanti all'Hotel "Massimo d'Azeglio" notammo, accanto al marciapiede, un pò di rifiuti, come appartenenti ad un automobilista poco civile, che aveva fatto pulizia del portacenere in strada. Mescolato con quel ciarpame, c'era però un biglietto da centomila lire, che notammo entrambi, intimiditi dal portiere dell'Albergo, che ci sembrava volesse seguire ogni nostra minima mossa, con occhi severi e strafottenti. La banconota era là, appena un pò accartocciata, ma sotto il marciapiede e sotto la giurisdizione  del portiere. Facemmo finta di niente sgomitandoci appena. In sostanza, nessuno di noi due aveva il "coraggio" di fare quella brutta figura. Ci rifugiammo nel bar, a ridere sull'accaduto, a darci degli stupidi, ad ordinare il gelato, a sorriderci, a giocare sul nostro amore per una penna "Aurora", se non ricordo male, una biro che ci piaceva tanto, che costava 25 mila lire e che era bellissima, dal design moderno e dall'acciaio innovativo, una penna sottile, con i bordi tagliati di sbiego. Il modello si chiamava "Tesi"credo.

Decidemmo che lui, resosi intrepido per me e per giocare a vincere la  timidezza, come moderno eroe per la sua bella, mi lasciò al tavolino del bar, che aveva un cameriere sosia di un  Frankestain buono e stupido. Tornò poco dopo, con quel biglietto in mano, poichè non si trattava di una banconota, ma dell'orribile retro di un menù di un ristorante che doveva essere di grande "sciccheria" per usare il vero retro di una finta banconota come menù per un pranzo di nozze. Lui strappò il foglietto, me ne diede la metà e metà la mise nel portafogli, pagò il conto a Frankstain e, ridendo sulla "Tesi" e sulla fortuna di non aver contato sull'apporto della banconota di pessimo gusto, per pagare la consumazione, ce ne tornammo a casa, come due ventenni di allora....

Ci siamo rivisti dopo anni, ed ancora ne ridiamo, ed ancora da qualche parte, in un portafogli diventato prezioso tabernacolo della tenerezza e dell'affetto con cui avviamo vissuto quegli anni e poi ancora tanti in seguito, troviamo quel mezzo biglietto con su scritto" Antipasto, penne al salmone, arrosto.." Ora quella penna non si trova più, ma voglio chiedere informazione ad un buon cartolaio!

Astenetevi dal dirmi che eravamo davvero degli ingenui, non infierite! Abbiate un cenno di umana pietà per chi ama la carta per scrivere, le matite con micropunta da 0.50, la carta fatta a mano, i biglietti fiorentini, blocchi, quaderni e carta da regalo, abbiate un briciolo di simpatia per chi sa invaghirsi  di un bel modello di penna da scrivere!

Vi abbraccio affettuosamente.    Danis


postato da: xdanisx alle ore 19:08 | link | commenti (11)
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giovedì, 26 ottobre 2006

Le due orfanelle

Non riesco a spiegare tanta enfasi, tipica dell'ambiente ecclesiastico, per cui, quandi si faceva lezione di catechismo, le domande e le risposte erano in sinergia completa:"Chi ci ha creati? -Ci ha creati Iddio! Chi è Dio? -Dio è l'essere perfettissimo Creatore e Signore del Cielo e della terra!..." Ricordo quei libretti in cui c'erano illustrazioni molto morbide, sfumate nei colori, sicuramente frutto di menti e grafici ben preparati al compito di...indottrinamento. Ma non voglio far polemica su quello che ci è stato insegnato, su quello in cui molti credono, su quello che ora è diretto ad un pubblico adulto, dato il successo dei corsi di Catechesi.  Ricordo una cosa, invero piuttosto singolare. Quando si chiedeva ai comunicandi quale sarebbe stato il giorno più felice della loro vita, si rispondeva unanimi:"il giorno della mia Prima Comunione, perchè mi cibo del corpo e sangue di Cristo!"...Miodio, sono una cristofagica. Seppur rituale, tale sono! "Cosa succede con la Cresima?" "Divento soldato di Cristo!" Inutile portare argomentazioni pacifiste o appellarsi al servizio civile.

Brevemente, per non tediarvi, vi racconto cosa è successo il giorno della Prima Comunione, che vedeva me e mia sorella più piccola alle prese con questo evento un pò stressante. Mia madre aveva comprato dell'ottimo tessuto di sangallo candido, e da una sarta di fiducia ci fece cucire l'abito, appena bombate le maniche, pieghe in vita e scarpine strette da morire. Nessun effetto sposina, un velo sui capelli e tanta voglia di cibarci di quel povero Cristo. La cerimonia fu organizzata nella Basilica di S. Giovanni, che i miei preferirono alla parrocchia del quartiere. Allora usava agghindarsi con un abito nuovo, da indossare dopo la cerimonia, smesso il candido cilicio. Mia sorella ed io fummo omaggiate di due vestitini identici, di un tessuto color rosa antico, vita bassa e plissè sulla gonna, una sfilza di bottoncini in tessuto, faceva pandant con l'insieme e con le scarpe più idonee alle sorellastre di Cenerentola, che a due comunicande. Il tessuto era di un ruvido penoso, insopportabile per me, che attualmente non sopporto neanche la più confortevole delle etichette negli indumenti a contatto con la pelle. Per mettere la maglia di lana, dovevo lenire la sofferenza con del talco mentolato. La cosa andò bene, mia madre preparò un ottimo pranzo in casa, torte magnifiche con confettini deliziosi, le bomboniere erano delle scatoline rivestite di raso. Una cosa persino graziosa, ma, vedendo le foto di quel giorno, con i nostri infantili occhi semichiusi per via del sole sparato sul viso con tutta la forza che solo Margherita Hack può spiegare, ci diciamo che, anzichè avere tra le mani i documenti della giornata più bella della nostra vita, sembriamo due orfanelle, smunte e incapaci di un accenno di sorriso.  Il mio abito, smontato da una sarta più capace della prima, divenne anni dopo il vestito della Prima Comunione di mia nipote, un modello decisamente più moderno ed impreziosito da perline che io avevo applicato per lei su quello splendore di sangallo operato a fiori....

Per dovere di cronaca, aggiungo che anni e anni dopo, quell'abito stupendo, è tornato a me, che l'ho venduto ad una signora che cercava qualcosa per il giorno più bello della vita di sua figlia. Gesto molto liberatorio!

                                           Danis

                                          


postato da: xdanisx alle ore 23:58 | link | commenti (12)
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venerdì, 20 ottobre 2006

Quei 94 gradini

Ogni tanto mi torna alla memoria una di quelle pessime figure, cui le ragazzine ben   educate, avevano il " piacevole onere" di sottoporsi, per non contraddire le impostazioni pedagogiche delle mamme di una volta, che in periodi di  vendite "porta a porta"  molto diffuse, volevano semplicemente essere lasciate in pace.

Ero sufficientemente piccina, dato che credevo nell'onniscienza materna e nel nobile valore dell'obbedienza alle pesanti figure genitoriali, ma non troppo, poichè avevo già sviluppato il senso del rispetto per i lavori duri. Anni dopo, ero famosa in tutto il condominio popolare, perchè offrivo alle donne delle pulizie il mio miglior caffè, e l'acqua calda per rispettare quelle mani insultate da un "impiego " che non necessita di diploma, ma di candeggina pesante, dato che ad "Ace gentile" ancora non si era provveduto.

"Porta a Porta" non era quella specie di pippone televisivo che conoscono i più giovani. Era una speciale strategia di marketing, per cui venivano sguinzagliate un numero indefinito di persone che si facevano scale, viali, cortili, con un borsone pesante pieno di merce, dalle saponette agli stracci da spolvero, dalle calze alla biancheria "ricamata a mano" da proporre in comode rate mensili, di dubbia qualità, pericolosamente identiche ai tovagliati cinesi che ora puoi trovare ovunque per pochissimi euro.

La casa dei miei genitori è al 5° piano, con un gradinone all'entrata , sulla ringhiera del quale  noi scivolavamo agilmente, ma da quel portone, per arrivare al nostro appartamento bisognava fare ben 94 gradini. Novantaquattro, nulla di più nè di meno, si fece un bel giorno la signorina che suonò alla nostra porta. Non c'era ascensore nè il filtro di un citofono, c'era gente che aveva bisogno di lavorare.

Mia madre ci "imponeva" di dire che lei era assente, qualora qualche postulante avesse osato disturbare i ritmi della sua vita casalinga.

Un giorno, mentre lei era nella stanza da letto, e si preparava per andare a Messa, una povera ragazza ebbe la " felice" idea di suonare per propormi non so che caspita di cosa . Con imbarazzo dissi che mia madre non c'era .Poco dopo, agghindata per  il rito religioso, fece capolino dalla stanza (complice, un briciolo di ipoacusia di cui già soffriva) e licenziò la ragazza, che non seppe trattenere un rimprovero per me:" NON SI DICONO LE BUGIEEEE!!!!!!!".

Avete capito perchè, grazie a cotanta sensibilità, qualche contraddizione e una penosa, bruciante timidezza, grazie a  persone come me, esiste una fiorente industria della psicanalisi? Dovessi pure risalire quei 94 gradini, per poi buttarmici sotto, in un romantico volo, sulle ali di una rimembranza che non mi vede cambiata neanche un pò, vi confesso che non ho più voglia di rimpolpare i gruzzoli dei professionisti in questione !

                                         Vi abbraccio.         Danis


postato da: xdanisx alle ore 11:53 | link | commenti (10)
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venerdì, 13 ottobre 2006

Quel tarocco di poesia

    Avevo 9 anni e frequentavo le elementari con buon profitto, era il minimo che potessi fare, dato che lo studio era il mio unico interesse. All'epoca mia madre ci costringeva ad uno spartano taglio di capelli, avendo 4 figlie femmine, ed a salutari scarponcini alti, per prevenire la stortura delle gambe (grazie, mamma, abbiamo tutte delle gambe niente male). Frequentavo una scuola della periferia romana e le mie compagne erano di famiglie in cui bisognava pensare alle cose pratiche.

  Il mio maestro era convinto che io sapessi scrivere versi, ma non era vero...mio dio! Io divoravo libri e tutta la letteratura dell'infanzia era sui nostri scaffali, mio padre credeva nella capacità delle donne di aprirsi allo studio ed al lavoro, ma non sapevo scrivere poesie, neanche adesso che ci provo, col risultato di buttare sul foglio misere filastrocche, anche simpatiche, anche profonde, ma pur sempre filastrocche!

  Quel giorno il nostro compito per casa doveva essere la traduzione in "poesia" di un brano del libro di lettura. Titolo del brano:"Il mio pesco". Mi misi di buona lena e partorii una cosetta così, buona, ma lontana dalle geniali cose di cui, indegnamente, fui poi "accusata" per anni ed anni. Il misfatto fu perpetrato, ai miei danni, da mia sorella, che, avendo 8 anni più di me, correva nel Liceo Classico, prima della riforma, per cui si portò tutte le materie agli esami e vide un suo compagno rimandato in ginnastica! Lei prese il mio compitino e lo riscrisse, con tanto di tecnica musicale, di rime non banali, di pathos (la stronza). Inutile dirvi che nonostante il senso di sconforto che provai, fui costretta a tornare a scuola con quella farina che non era punto del mio sacco!

  La mia prova di "poesia" fece il giro dell'istituto ed io mi guadagnai una fama immeritata, vissuta come un piccolo e vergognoso delitto. Ma ero in gioco e dovevo ballare. Partecipai ad altre prove, vinsi un concorso di "religione" che poi mi fu accreditato in quarta ginnasiale, quando, simpatizzante dei "facinorosi", il diploma consegnatomi dalla preside in persona, fu accolto da risate, frizzi...insomma, tra l'ilarità generale.

Avendo ottimi rapporti con mia sorella, che, laureatasi in Lettere Classiche, poi intraprese la via dell'insegnamento, le ho sempre  rimproverato quel gioiello "taroccato", ma lei se la ride e dice di non ricordare.

Le cose cambiano: oggi, ogni volta che deve scrivere un biglietto, un telegramma, una cosa divertente e personalizzata, ricorre regolarmente al mio aiuto, con la brillante scusa che lei è laureata in lettere, io in... "cartoline"!

                                                   Danis  


postato da: xdanisx alle ore 06:42 | link | commenti (6)
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mercoledì, 04 ottobre 2006

Prova di una novizia di Splinder

Ci sto provando....E' il mio primo Blog!!!


postato da: xdanisx alle ore 21:13 | link | commenti (6)
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