lunedì, 05 maggio 2008

RABBIAesperanzafrida

 

    Prendo la collana di plastica nera iridescente, una specie di amuleto senza gancio di allaccio e ne faccio perline che cadono sul  pavimento, granelli che qualcuno dovrà raccogliere, e comincia la litania che un tempo non avrei mai osato recitare e ci va di mezzo tutto il creato. Cerco una sciarpina nel groviglio di oggetti che scandiscono le giornate e l’agenda per il  controllo dei farmaci che saranno l’ultima cosa che manderò giù. Arriva così e diventa un canto che infastidisce e spaventa, intristisce e sgomenta. Non mi vendo l’anima perché non ne ho.

    Voglio tutto ciò che il tempo mi ha portato via, voglio che la rabbia esca fuori senza le convenzioni di una bontà che non possiedo e mi sovvien l’eterno…altrimenti saranno cose terribili e che vada alla malora, come lo scudo di Alceo!  Mi giocherò il sonno o lui giocherà me, purchè sia eterno, e lo invoco a lungo, con sfida che mi sa già perdente. Diventa canzoncina con adagio e cambio di ritmo, poi un urlo che fa rabbrividire e, avanti, portatemi di corsa,  se credete, a sognare sognum. Io offrirò le vene abituate a tanta sporcizia, non opporrò resistenza e non posso immaginare la luce del giorno e il riposo o l’ordine…Non mi riconosco. E’ l’aspetto più profondo  di chi dispensa sorrisi, carezze,  affetti e lettere, indirizzi e foto, giochi, profumi e balocchi…ma la vita tradisce sempre e mai la morte che è madre più leale dell’esistenza, perché si annuncia e si fa attendere.

    Avessi l’estro di Munch o le parole disperate di un maledetto poeta! Ignoro ogni essere vivente eppure tengo conto di un  benessere cui sono esclusa. Di tutti ho pena, ma vado  distribuendo maledizioni al nemico che ho dentro e l’antirosario diventa  una nenia, un mantra cattivo che si acquieta un attimo e ripiglia ad ogni azione lenta, ad ogni gesto non fecondo. Perlina sganciata anch’io; ruzzolante, impazzita e senza valore. Collana strappata, frange di seta strinata, pattume che si riempie di bellissime scatole vuote. Ancora strascichi di perline saltellanti, a rovinare in eterno il pavimento antico che mi sopravviverà.

   Auguri rabbia, hai vinto tu ed ha vinto lo strazio di vivere.

 

(cercate di capirmi, sono furibonda. Ho perso i vostri consolanti e meravigliosi 116 commenti…)

 

      gang Peanuts                                            Danis mic-min-don-plu01


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sabato, 05 aprile 2008

            francesco1FRANCESCO 

 

 

   Ci siamo conosciuti il 15 maggio 1993, giorno  di cui ricorda tanti particolari. L’occasione in primo luogo, la riunione della nostra associazione Il Gabbiano con amici e psicologi aventi a che fare con gli attacchi di panico. In modo teneramente feticistico gli donai il collant che indossavo: nero, a rete larga, con qualche ricamo di farfalla a gironzolare sotto la  minigonna di chi ha una vita più leggera da aggiungere a quella di scarto avuta in dotazione.

   Quando lo vedo per la prima volta, il suo cercare appoggi tra le sedie e certe smorfie non mi trovano impreparata. La mia mano acciuffa la sua, sudata e dolente. “Mi hai salvato la vita”, mi dirà dopo, mentre lo si riaccompagna a casa. Quel suo momento difficile passa e tanti ne faccio passare dal telefono di casa, ogni mattina, per tirarlo fuori dal circolo malefico lasciandogli immaginare una donna bellissima che lo porta su evanescenze erotiche, le più convincenti e terapeutiche, allora.

   Francesco per quindici anni ha fatto il maestro elementare, l’ultimo con la madre che lo accompagnava, poi ha dovuto arrendersi, ma non allo studio, e senza l’ansia che lo prende, da molto tempo avrebbe portato a compimento il suo interessante corso di laurea.  Tra i tanti spiritosi episodi “professionali”, mi riferisce un frammento di tema di uno scolaro ruspantello e scarcagnato: ”C’è la camera da letto che qualche volta ci addorme il papà che fa il camionista e qualche volta ci addorme il sor Michele”. Studia su testi di filosofia, storia, tedesco, e riempie  la casa coi gadget dei settimanali: dvd di Totò, Sordi, Verdone e vecchi film con la Fenech. Ha perso entrambi i genitori durante un suo ricovero in clinica psichiatrica, e quando i marpioni del Compro Casa lo chiamano, lui risponde che non c’è suo padre, ma che, se si recano al cimitero, prima tomba a destra, potranno fare ottimi affari con lui.

   francesco4Con gli anni esce sempre di meno e non dorme di notte. Mi chiama per  certe cronache che mi divertono e si appassiona alle scritte sui muri di Roma, come: Da Rostock ai Pirenei risuonano gli scarponi degli Skinhead, ma con l’anonima aggiunta: metteteve le ciavatte e annate affanculo! Al semaforo di Porta Maggiore, dopo aver dato l’offerta ad un poveraccio, raccoglie il cartello, abbandonato dal postulante dietro una fratta, con scritta di pietismo fantasioso e pesante: mia casa cascata a yugoslavia sono povero ed ho 3 figli. Trova lo stesso disgraziato, il giorno dopo, con un analogo e più drammatico cartone: sono povero e ho 5 figli,  gli presenta cinicamente il vecchio ritaglio di scatolone e gli chiede come ha fatto ad aggiungere prole in così poco tempo…per beccarsi un italianissimo vaffa

   Mi consola, quando mi lamento dell’età che passa, recitando una sua tipica tiritera: Sei tu come Rosy Bindi, come Golda Meir, come Camilla Parker Bowles ? Mi fa recapitare una rivista con la foto di Carla Bruni, chiedendomi Ma che ci fai all’Eliseo ? 

   Nulla sfugge ad una sorta di sesto senso, ad una sensibilità profonda. Nel tempo ricevo orologi da polso e vecchie cartoline, scatole di latta, piatti da parete, nastri con canzoni che non riesco a trovare, tanti libri, di cui è cultore, e agende, ogni anno più di una, tra cui la Smemoranda, che tanto mi piace. Per le feste ottimo vino, pur sapendo che non bevo, e cioccolato finissimo che non mi fa bene. Mi riferisce delle sue telefonate al negozio di pizzicheria che si chiama Piccoli Piaceri ed al cui commesso divertito dice: Pronto, Piccole Godurie?  Davanti ad un liquore casareccio alla fragola, storce il naso dicendo che il drink ha l’odore degli slip della zia, che da ragazzino odorava di nascosto in bagno; e mi omaggia col  ritaglio di giornale in cui la nipote del Duce indossa solo un minuscolo tanga.

  Solo io riesco a fargli avere assistenza medica con una delega che stupisce l’impiegato. Sono tanti anni che non ha un medico di base. E’ iperteso, iperglicemico, non ha denti e non smette di mangiare compulsivamente. Non esegue controlli, ne ha terrore.

   Ha episodi da raccontare che vedono come scena il famoso mercato di P.zza Vittorio e ride per  lo stupore del dinoccolato africano da cui acquistò un vaso da notte (chè certamente in Africa non si piscia in modo così tenero e delicato dopo i 50…), ma i fobici conoscono questo attrezzo provvidenziale da tenere sotto il letto; ed ancora riferisce le reazioni raccapriccianti delle capatrici di broccoletti, dalle “ginocchia proletarie”, com’egli dice, e con i mezzi guanti invernali, davanti a chi palpeggia con insistenza la frutta.  francesco3

  Roma è così, come noi, sbragata e simpatica, nullafacente ed operosa,  giungla in cui si può ridere anche nello strapazzo della   follia colta e della normalità avvilente. Forse siamo tutti  un po’ pazzi e la verità è nel testo di Orgasmo da Rotterdam, come ama chiamarlo.

  Attento alla politica, lancia i suoi strali contro tutti, del resto lui stesso si paragona a Spadolini ritratto dalla penna di Forattini. Spassoso più che polemico ha la saggezza di chi appartiene a questo mondo, ma un po’ anche all’altro, intravisto spesso, quando si piange di paura e la crisi è anticamera di lugubri litanie. francesco2

  Se riuscirai a laurearti, faremo l’amore, gli promisi scherzosamente un giorno per spronarlo, ben sapendo anche che tanti anni di vita accartocciata e mortificata dallo spavento distruggono il desiderio e che il tempo è impietoso per tutti.

 

                                                          Danis

 

 

 

  


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martedì, 18 marzo 2008

      Dottor Coffee e Mister Ice     mani93a

Sta arrivando la buona stagione e passeggio tra le strade di negozi e bancarelle, con ferraglie pesanti di farmaci nello zaino e volontà forte di non cedere. Mi accompagna Santa Rita, paciosa e tenera, amica da 5 croissant ripieni e cappuccini a iosa/pro die. Via Appia di giorno mi mortifica e cerco di non ricorrere al carico munizioni che ho in dotazione per superare l’assalto d’ansia che conosco e che non è mai uguale a se stesso, simile per doppiezza alla drammatica metamorfosi alla quale allude la pur deliziosa insegna di quel bar immenso che vivo come un propizio rifugio antiareo… Entro, lasciando la Santa che va a riprendere la sua macchina un po’ sminchiata, sempre fedele anche se priva di optional.

   mani88Mi faccio avanti e chiedo al proprietario un po’ d’aiuto. E’ di una gentilezza tale e di una premura così rassicurante che lo nomino mio mastro gelataio a vita… Mi fa passare accanto al tavolino dove tre ragazzi lasciano strada al mio ingombrante zaino “Seven” adattato a personale farmacia ambulante. Chiedo qualcosa di analcolico e di non dolce. Vengo servita di succo ai frutti di bosco ed omaggiata di tanti gusti di gelato senza zucchero. Nell’angolo “ice”, montagne di mousse che sembrano sensualmente non finire mai: ricolme ed ondeggianti, senza sbavature, lucenti e cremose. Un mare di orgasmica dolcezza.

   Ci torno tante volte ancora per quel caffè servito in tazze decorate emani239 così per tutta l’estate, in un reparto gastronomico straripante, dove il mastro affettuoso e la bionda moglie giovanissima mi accolgono con complicità di sorriso. Consumo immodiche quantità di mousse di soia, crema che è gola e lussuria. Ancora e sempre assaggi e gelati senza glucosio e specialità degne di reparto per “messimalamente”. Il gusto “ace” alle vitamine, color arancio, è asprigno. Accanto al caffè, c’è la crema in recipienti ad insalatiera da cui attingo appena, mentre Santa Rita ci va forte, ché il suo culo enorme non la spaventa e la rende ancor più ridanciana. Il banchista sembra un po’ scemo, liquido di testa, un po’ tontolone, un piedipiatti giovane che sforna caffè su caffè e distribuisce arachidi e cipster  con sveltezza impressionante.

  Il senso di impunita soddisfazione si blocca quando un giorno mi dice che ho capito male e che l’unico gelato senza zucchero è l’aspro “ace”, che la mousse è piena di calorie, e che suo nonno…è stato da poco amputato! Mi rimprovera a voce alta, severo e alterato: “Ma che siete scemaaa!!!”. Dalla coltellata esce un sangue dolce che sa di mousse di soia. Posso tagliarmi le vene, le arterie sono troppo profonde.

mani92
già pubblicato per l'Osteria da Amalia       Danis

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martedì, 04 marzo 2008

dante4

 LA ZIA DI VIRGILIO

 

 

   La N.D. Augusta Castriota Scanderbeg è una signora non giovanissima, originale già nell’aspetto: piccola di statura, sorriso pronto e labbra sempre sottolineate da un rossetto perfetto per colore e definizione, foulards multicolori e la bella tempra di chi ha cresciuto e portato alla laurea tre figli maschi, nonostante la precoce vedovanza. Simpatica oltre ogni immaginazione per quel suo aver vissuto momenti di difficoltà, che, una volta superati, le hanno lasciato la leggera felicità per le piccole cose e la maniera di destreggiarsi in ogni situazione. Il gusto per la conversazione, in lei, per certe sue incoerenze o esasperazioni logiche (non si sa se effettive o dispettosamente volute…) le fa raggiungere spesso divertenti toni surreali. Esprime pareri, lancia innocui strali, con delicata ironia, e, donna di cultura, può dire la sua su tanti argomenti. Così, in modo imprevedibile, essendo nata in una città come Napoli, di cui conosce i tic, trova Troisi esagerato in certa “napoletanità” di cui gli sembra invece maestro Totò; sempre a suo opinabile parere, che in realtà diventa assoluto per la forza delle argomentazioni, di cui non è mai sprovvista. 

   Ora che è in pensione, viaggia da sola o anche accompagnata dai nipoti grandicelli. Un viaggio all’anno al Nord compie con i ragazzi, a turno, per rendere omaggio ad un fratello partigiano, morto giovanissimo. E poi, viaggi religiosi da cui torna sempre con amicizie nuove, che sa coltivare nel tempo, con affetto e dedizione cui non siamo più abituati. In passato, anche qualche puntata in Albania, per far conoscere ai nipoti la patria del liberatore Scanderbeg, da cui discende.

   Spesso viene a trovarci, senza mai perdersi, senza ombra di spavento per treni da cambiare e informazioni da chiedere, per non parlare di quel vezzo di “attaccare bottone”, interessata a tutto ciò che le viene raccontato.      dante1     

   Suo nipote, Alessandro, recita attualmente in un musical ispirato alla “Divina Commedia”, che, sebbene non del tutto convincente nei testi, ho apprezzato per la scenografia originale e  di grande impatto, i ricercati costumi di acrobati e ballerini, il fantastico gioco di luci che crea un’atmosfera magica. Tale spettacolo si tiene al Teatro di Tor Vergata, nel piazzale con la grande croce dei “papa boys”. La zia, una mattina, decide allora di andare a vedere l’opera. Prende un mezzo e chiede all’autista di farla scendere nel punto giusto, ma lo sbadato, scambiando quella torre con una delle tante altre che identificano zone della periferia romana, la “deposita” davanti a un diverso teatro, non sapremo mai dove.

   E’ uno spettacolo per studenti quello che è in scena. Lei si presenta al botteghino dicendo di essere la zia di uno degli attori: “Signora, l’attore è uno solo”. “Ebbene, io sono la zia di Virgilio!”. Si accorge in breve di avere sbagliato spettacolo e con notevole ritardo riesce a raggiungere quello giusto, ma, ahimè, la rappresentazione è già relativa al Paradiso, e il grande poeta latino, come si sa, in Paradiso proprio non può entrare! Allora, alla fine, la nobildonna, che vuole pur salutare il nipote, si dirige verso i camerini, col passo sicuro e intrepido della “zia di Virgilio”.

   Con Alessandro, piacevolmente sorpreso da tanto entusiasmo, l’appuntamento è rimandato alla mattina successiva, per lo spettacolo dedicato  agli studenti delle medie. I ragazzi, lei poi racconterà, nonostante le due ore e venti di rappresentazione, fanno un tifo da stadio, gridando “bacio, baciooo!” all’indirizzo della coppia Dante-Beatrice. Apparentemente lontani dalla logica di un sentimento su cui sono state spese tantissime e penetranti parole, sono invece di una passionalità bellissima, che fa loro sentire propri, più dell’ultimo brano in classifica, i famosi versi su Paolo e Francesca…

 

"Quando leggemmo il disiato riso

esser baciato da cotanto amante

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante"

 

                                                              


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giovedì, 21 febbraio 2008

  SCRITTURA AUTOMATICA scrittura_automatica

                          

                         ***

   E sì, ci sono tante persone che vivono un malessero diffuso, in questo contesto socio-economico e politico oscuro e disastroso. Difficile non avere problemi, ma mettersi volontariamente nei guai è cosa sconsiderata ed imprudente, ma possibile. Ne ho una freschissima esperienza, che non mi fa certo onore. Me la sono cercata questa angoscia, una ricerca che avrei potuto dedicare a miglior causa : un’ introspezione casereccia col lanternino modello “Diogene”, un “cogito ergo sum”, letture interessanti, meditazione, yoga, qualche mantra benefico, sonno ristoratore, abluzioni con essenza di lavanda, qualche pizza salata, persino una sistematina ai libri che tossiscono ed ai CD che non si fanno più ascoltare, offesi e smangiucchiati da polveri cittadine ed acari grandi come conigli della prateria. So che non mi giova consultare persone capaci di generare brutte suggestioni.

   Ieri è venuta a trovarmi una conoscente che sbarca il lunario badando a vecchie signore che il tempo, impietosamente, ha reso incontinenti, sclerotiche dal sonno disturbato e disturbante, che sputano muco e semolino. Per questo comprensibile motivo, la tizia cerca di fare carriera affidandosi ad altre possibilità, nella fattispecie un diplomino di pranoterapeuta appena conseguito...Ha già acquistato il lettino, ed è arrivata a chiedermi  una stanza per ricevere i clienti, cosa che le ho negato, per non offendere certe maitresses dal marabù rosso.

   Occorrono pochi ma ben dosati ingredienti per cotanta ascesa sociale: faccia di bronzo, per iniziare, materiale di cui sono forgiate anche le natiche della furbastra, fantasia, che non manca a chi fa di necessità virtù, nonchè una predisposizione alla recitazione, senza stage, chè si improvvisa in modo salottiero. Insiste per fare la scrittura automatica.  Il nonno, morto in scrittura automaticaqualche posto della Romania, magari nella vampiresca Transylvania,  le detta in fretta cose che mi riguardano: la mia schiena è malconcia, e fin qui nulla che la nipote del grande spirito non sappia…La fisioterapista, che mi segue da tre anni consecutivi non può fare nulla per me e sto buttando soldi, l’intervento non è ben riuscito, ci vuole…pranoterapia (ma attenzione, avvisa la Buonanima, “non lo dico per favorire mia nipote”; del resto  i morti non discutono, dettano legge la cui infrazione si paga a suon di incubi notturni, che in confronto la detenzione a Rebibbia è vacanza in hotel di lusso in riviera). Per il resto, occorre Buona Volontà, una risposta che, con tutto il rispetto per l’avo, non merita considerazione. Chissà se con 12 unità di Buona Volontà, prima dei pasti, scende il livello glicemico di un diabetico? Che io sappia, proprio no (se avete riscontri, fatemi sapere). Mia sorella ha problemi articolari di vecchia data e l’unica soluzione, dice il Nonno, è la… pranoterapia; sempre, con la dichiarazione autocertificata dell’Anima Sensitiva, che non è per favorire la nipote che sta scrivendo mentre si commuove: ”Oh, mio nonno, che pensiero carino! Non vuole che si pensi che, dal cimitero dove riposano le sue spoglie, Egli possa farmi pubblicità malandrina per la  neoprofessione!”. Ancora…incidente d’auto in vista (ma non grave, bontà sua), un difficile parto per mia nipote che darà alla luce un bimbo con il cordone ombelicale avvolto due volte intorno al collo…una serie di eventi da aglio e fravaglio pappagonesco…

   Giuro che se ci saranno complicanze, la Buonanima, se  già passeggia nei verdi pascoli, potrebbe regredire e bruciarsi il culo nei gironi infernali, ed anche la novella professionista dalle mani calde farà una pessima fine! Ho poi controllato i lati del mio collo, alla ricerca di eventuali segni vampireschi…

   Tutto bene…anche il pargolo, nato senza problemi…Insomma, l’abbiamo scampata.

                                                   

 

                                                                Danis

 

 


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martedì, 12 febbraio 2008

 

Pasquale

L’AMMAZZACRISTIANI

  

   Lo lascia addormentato, avvolto nella coperta scura sempre lercia, sbronzo ancora una volta. E’ un fagotto informe privo di dignità ed odore che ricordino qualcosa di umano. Dorme in quel letto che lei riordina con mani svelte e gonfie, avvezza a quella sventura che si augura finisca presto.

  Due figli maschi ha cresciuto, cui, come ripete spesso, ha fatto da padre e madre, tra panni da lavare e pavimenti cui dedicarsi, ed ora, dopo anni di lavoro precario, ora che fa pulizie in una scuola, i ragazzi hanno preso la loro strada, lontano da quell’uomo che sembra sempre più un ferito di guerra, che schiatterà privo dell’onore delle armi.

   E’ giovane, Anna, grassottella, graziosa, allegra, nonostante le responsabilità che deve assumersi in casa e con quel disgraziato eternamente ciucco, che ha perso lavoro e salute. Gli sorride ogni tanto, ci scherza con affetto, lo sente come un bimbo infelice che non si riavrà.    

   Quell’accumulo di coperte rimane lì, mentre lei, chiavi alla mano, prende la sua macchina e decide di farsi un giro, per capire quanto è caro il conto dell’oste. Passa davanti all’ “ammazzacristiani”, l’osteria più brutta della zona, gran  ritrovo di ubriaconi. Si fuma e si beve. Un cartello, appeso fuori, avvisa che si può avere, sfuso, il vino dolce di Olevano. Nelle vetrine, c’e esposizione di quelle brutte bottigliette di coca cola col collo allungato. Dentro, tavolini e sedie hanno sempre avventori seduti con quel ciondolare in avanti di chi non regge più il carico di vino. Costava 500 lire, ai tempi di suo padre, un bicchiere di quelli. Sporchi fuori e dentro, qualità pessima di anestetico. Vuole vederlo ancora in faccia, quel posto di merda. Si ferma e saluta l’ammazzacristiani, che berrà di quello buono, alla faccia della  schifezza al metanolo che porta dalle botti, nel retrobottega, ai disperati che passano il tempo con un mazzo di carte. La puttana è una rumena finta bionda, attenta a sguardi che le possano far svoltare la giornata. Sempre più spesso, ci sono ragazzi giovanissimi di colore, che mettono pena, schivati come peste da  quelli che invece si riuniscono, col copricapo bianco, nella moschea ricavata da un locale a fianco del negozio di calzature della zona pedonale, dove c’è il mercato, di mattina.

   L’ammazzacristiani fa il galante con Anna perché non ha un uomo che la difende e perché quei chili di troppo non tolgono dolcezza al viso senza una ruga, pieno, e quegli occhi luminosi sono frutto di un carattere allegro che, come una corazza, la protegge da sventure del passato e del presente. Vestita di colorato, sorride a viso aperto, appoggia la borsa, si siede su una sedia sbucciata, il tavolo è lercio a sufficienza e lei, al gesto sorpreso del padrone di casa, sorride. Si avvicina, lui, e chiede notizie del suo cliente. E’ un po’ che non passa, è stato di nuovo in ospedale ed ha saputo che non se la passa bene. La neuropatia l’ha colpito, il fegato è distrutto, come se non lo sapesse, quello lì. Lei , tranquillamente, chiede, con quella voce da ragazzina: “Ma che c’è solo sto cazzo de vino? Nun me piace”. “Voi er limoncello, Annarè?” “Ma che sei scemo? Damme quello che bevi tu” “Ma io nun bevo” “ Nun bevi sta schifezza...mica stai a pettinà ‘e bambole, stai a spedì ar Creatore tutti sti rincojoniti. Damme ‘na cosa bona.” Torna poco dopo con una bottiglia di grappa e una busta di patatine. Si guarda intorno, Anna, e ricorda quando veniva, da ragazzina, a riprendere suo padre per portarlo a casa.  Lo richiama per farsi cambiare il bicchiere che ha scanalature opache. “’A stronzo, hai capito, sì?” E le lancia l’occhiolino. Gli fa pulire il tavolo. Ne beve un paio. Si fa portare un mazzo di carte e le rigira tra le mani. Insieme ricordano quel padre che ha perso troppo presto, le urla e la disperazione di sua madre. Pace all’anima sua. I ragazzi la chiamano sul cellulare. La cercano, sono sconvolti…

   Si sente leggera e libera. Sta per pagare, ma lui dice che offre la ditta. Accetta, e riprende la borsa, oramai infastidita dal fumo. Saluta quel campione di coscienza e di gentilezza per tornare verso l’auto, ma prima  di allontanarsi si volta a dirgli : “Nun te fa vedè ar funerale, questo è er secondo che m’ammazzi, nun te fa vedè, essi bravo!”

 

 

                                                          Danis

 

 

 

 

 

 


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venerdì, 01 febbraio 2008

 

T H E S I

penna thesi

Si vedevano ogni sabato sera, quando lui andava a prenderla o si incontravano a metà strada. Arrivati alla stazione Termini facevano tappa da Feltrinelli e curiosavano tra le bancarelle di libri e vecchie stampe di Piazza Esedra, prima di finire la serata nel bar di via Manin, a consumare un gelato o il cioccolato caldo con panna, oppure a fare i cretini con qualcosa di alcolico. Un bar piccolo con all’angolo, alla sinistra dell’entrata, un telefono a gettoni dal quale a volte avvisavano le famiglie di un eventuale ritardo nel rientro, con una porta che lasciava passare spifferi di aria fredda. Il cameriere era un Frankstein brutto e sgraziato che si muoveva di continuo da un tavolo all’altro, servendo con una certa cura le vecchie signore intente ad una tazza di tè. In fondo, una porta a soffietto di finto legno era l’ingresso del bagno.

Quella sera, davanti all'Hotel "Massimo d'Azeglio", notano, accanto al marciapiede con rifiuti di portacenere d’auto svuotato lì senza tanti complimenti, mescolato con cicche e cartacce, un biglietto da centomila lire, appena un po’ accartocciato. Lui, giovane sfrontato, raccoglie la banconota sotto gli occhi del portiere in divisa, la sistema per bene, con gesto da prestigiatore, e la ripone nel portafogli, di nascosto; lei vuole vedere, ma lui è dispettoso ed il portafogli è inarrivabile. Finge di imbronciarsi, lei, ma poi il tempo passa tra i soliti giochi (“dimmi qual è il mare più violento”…”il mar-tello”), o con un po’ di filosofia greca da scambiare con i principi della termodinamica: penitenze personalizzate per cui a lui tocca scrivere poesiole ed a lei risolvere problemi di fisica ad ogni errore commesso.

Quella sera si ride anche per la banconota. Difficile trovare soldi per strada, si dicono, e vai a vedere cosa ci si può comprare di bello…La penna Thesi, una biro con bordi di sbieco, in acciaio satinato, che piace ad entrambi, lei già la sente nella borsa, quella passione condivisa fa mostra nelle vetrine delle migliori cartolerie, anche in quella all’angolo, molto frequentata per le stilografiche bellissime e certe gomme da cancellare a forma di Snoopy. Ride di gusto, il giovanotto, di gola e di occhi, mentre accarezza le mani di lei, e scrive sul suo palmo delle brevi frasi con le dita, che lei capisce ed a cui risponde.

Al momento di pagare, quando arriva Frankstein, mentre i cucchiaini dei gelati, che passano sotto gli occhi, sono immersi in un bicchiere d’acqua, comincia a fare il gioco più divertente, ridendo sulla fortuna di non aver bisogno dell’oggetto del ritrovamento per pagare la consumazione. Ecco il prezioso reperto di spazzatura…Non si tratta di una banconota, ma  dell'orribile retro del menù di un ristorante che deve essere di grande sciccheria per usare una finta banconota come lista per un pranzo di nozze! Lui strappa il foglietto e ne regala la metà a lei, divertita, che aspettava la soluzione di quel “nascondino” per tutta la sera; l’altra metà la risistema nel portafogli, come un giullare, al rallentatore. ”Ormai la musica è finita…e sento ancora qui il sorriso di una girl, una piuma che su nel ciel volò”, canta Macario in TV in veste di ometto delle pulizie del dopo teatro.

Chissà quanto ha dormito, nella tasca di un portafogli,  quel mezzo biglietto con su scritto "Antipasto, penne al salmone, arrosto”…

“A 20 anni si è stupidi davvero”, dice Guccini. Come dargli torto?

                                   

                                                        Danis  


 penna thesi


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venerdì, 18 gennaio 2008

 

LE DUE ORFANELLE

(versione rivista)

 

Non riesco a spiegare quella serie di domande e risposte a monosoluzione impietosa, nelle lezione di catechismo che un tempo venivano tenute da ragazze di Chiesa :"Chi ci ha creati? -Ci ha creati Iddio! Chi è Dio? -Dio è l'essere perfettissimo Creatore e Signore del Cielo e della terra!..." Ricordo quei libretti con illustrazioni morbide e sfumate nei colori, frutto di disegnatori ben preparati al compito di indottrinamento. Il Cristo aveva per l’Eucarestia, un panino all’olio simmetrico e untuoso…Ma (senza alcuna intenzione polemica) ricordo una cosa stranissima. Quando si chiedeva ai comunicandi quale sarebbe stato il giorno più felice della loro vita, si rispondeva unanimi: "il giorno della mia Prima Comunione, perchè mi cibo del corpo e sangue di Cristo!"...Mio Dio, sono una cristofagica. Seppur rituale, tale sono! "Cosa succede con la Cresima?" "Divento soldato di Cristo!" Inutile portare argomentazioni pacifiste o appellarsi al servizio civile.

Brevemente, vi racconto cosa è successo il giorno della Prima Comunione che vedeva me e mia sorella più piccola alle prese con questo evento un pò stressante. Mia madre aveva comprato del sangallo candido, e da una sarta di fiducia ci fece cucire l'abito. Appena bombate le maniche, pieghe in vita e scarpine strette da morire, più idonee alle sorellastre di Cenerentola che a due comunicande. Nessun effetto sposina, un velo sui capelli e tanta voglia di cibarci di quel povero Cristo. La cerimonia fu organizzata nella Basilica di S. Giovanni, che i miei preferirono alla parrocchia del quartiere. Allora si indossava, dopo la cerimonia, un abitino vezzoso, smesso il candido cilicio. Mia sorella ed io fummo omaggiate di due vestitini identici color rosa antico, vita bassa e plissè sulla gonna, una sfilza di bottoncini laterali e torturante collo alla coreana. Il tessuto era di un ruvido penoso, insopportabile a contatto con la pelle che gridava vendetta ed implorava del  talco mentolato. La cosa andò scomodamente bene e mia madre preparò un ottimo pranzo in casa, torte magnifiche con confettini colorati, bomboniere a scatolina  rivestite di raso. Una cosa persino graziosa, ma, vedendo le foto di quel giorno, con i nostri infantili occhi semichiusi per via del sole sparato sul viso con tutta la forza che solo Margherita Hack può spiegare, ci diciamo che, anzichè avere tra le mani il ricordo della giornata “più bella della nostra vita”, sembriamo due orfanelle, smunte e incapaci di un accenno di sorriso.  Il mio abito, smontato da una sarta più capace della prima, divenne anni dopo il vestito della Prima Comunione di mia nipote, un modello decisamente più moderno ed impreziosito da perline che io avevo applicato per lei su quello splendore di sangallo operato a fiori....

Per dovere di cronaca, aggiungo che anni e anni dopo, quell'abito stupendo, è tornato a me, che l'ho ceduto ad una signora che cercava qualcosa per il giorno più bello della vita di sua figlia.

                                                                   Danis

                                          

 


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giovedì, 10 gennaio 2008

 

SPAZZATURA…

 

 

E’ finita l’ora di rieducazione posturale e mi appoggio alla parete come fosse possibile appiglio o io fossi mosca d’altura con zampette aderenti, ma mi accorgo che la parete è liscia e non offre altro che la certezza di un momento che, benchè indesiderato, devo vivere…L’ansia piega le gambe, ed il senso di paura è forte. Uno dei tanti momenti difficili…

 

Davanti al mio oculista mi siedo sullo sgabello del “controllo del fondo”, un’espressione che sento inquietante. Indosso una felpa verde oliva su jeans scomodi. Il sedile è piccolo ed attaccato al termosifone, mi sento spaesata, catturata da uno spazio che mi regala una nuova dose di paura, mi contraggo, anche per non bruciarmi il culo, e spiego questo scatto allo specialista il quale, nonostante abbia appena tenuto in studio una bambina quasi cieca, che ho gentilmente fatto passare avanti, si meraviglia delle mie difficoltà, pur riconoscendomi (bontà sua) notevoli  “risorse”. Parliamo quindi delle “kafkiane realtà del virtuale” per associazione d’idee, giacchè il mio nome ed i miei referti mi dice di non poterli più conservare nel suo personal computer (un ammenicolo davvero molto personal, essendo suo e non della ASL che non dispone di tali mezzi). La legge sulla privacy gli impedisce infatti di custodire in un suo portatile i dati di un paziente disponibile e ben contento di non doversi portare dietro certificazioni di anni di storia clinica.

 

La privacy va invece a farsi benedire in Pronto Soccorso, dove una striscia di giallo adesivo, zozzissima, delimita la distanza di sicurezza tra un parente in coda e l’altro. C’è un particolare che noto: sembra una scena de “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso” di Woody Allen. L’operatore ha un microfono e, a domanda discreta, risponde nell’amplificazione: “Lei è la moglie del signore con emorroidi esterne, diarroico, che sta vomitando le 30.500 lenticchie e ha tentato con il cotechino un…?”…”Emh,  dov’ è  mio marito?“ “Nella brandina accanto a quella signora che ha messo troppe supposte di glicerina che si sono congelate in loco, la signora con il pigiama giallo a pallini blu”. Ed è una spazzatura materiale ed è pattume morale vedere una stanza piena di ricoverati con fasciature e genitali in vista, tutti assemblati in una ambiente piccolo dove c’è un via vai di persone che trasbordano i pappagalli traboccanti di urina verso il cesso, per poi riporlo accanto all’acqua minerale, che, con il caldo che fa e l’odore che regna, sembra urina non troppo concentrata. Chi non vede bene è perduto!

 

Ancora, le vecchie panche arrugginite in latta bianca, di una ASL di sessant’anni come minimo. Il calcolo è preciso, fatto insieme ad una ragazza che deve controllare la pressione oculare. Appiccicati al muro, manifesti di feroce terrorismo psicopatofobico, con illustrazioni di esoftalmi, congiuntiviti, glaucomi, cecità neonatale e l’invito a vaccinarsi. Intanto nel bugigattolo ricavato dallo studio del medico di famiglia, una infermiera prende ordinazioni telefoniche e la privacy latita: “Ah , è lei, signora Angioletti? Mi dica…sì, è per sua nipote Veronica, ho capito. Sì, le lascio la ricetta della pillola anticoncezionale dal farmacista, la ritira domani…?”. Ma io la signora Angioletti, che ha compiuto da poco gli 80, la conosco da sempre e conosco bene Veronica, la cui mamma era alle elementari con mia sorella maggiore. La nonna mi ha detto che vive con il suo ragazzo, anche lei è una ragazza cieca (o devo dire “non vedente” per edulcorare questa tristezza?). Il medico di famiglia, in Lacoste arancio, entra in disaccordo con la pneumologa in merito ad una terapia “vita o morte”, ed è scenetta carina stare a sentire le teorie escogitate per stabilire chi è più bravo…Lavoro ben remunerato e un po’ di “casta” anche in questo campo? Direi di si.

 

Arrivano telefonate di venditori che conoscono i tuoi gusti, per averti osservato mentre prendevi un “orzo bimbo” dal reparto alimentari e ti vogliono convincere a comprare tutto il cucuzzaro. Ricordo quel giorno del funerale di mia madre, quando, appena rientrata a casa, ricevo una telefonata che mi comunica di essere stata baciata dalla fortuna, avendo vinto uno sconto di 500 euro su costosi trattamenti di bellezza. Rido, ma non mi arrabbio, in fondo mia madre, che ha vinto in discrezione, si sarebbe divertita…

 

E che bella telefonata quella di ubriachi strafatti che lasciano sulla segreteria, il 31 dicembre, minacce di morte! Sono certi bocciati i cui papà non sono potuti ricorrere al TAR per l’onta subìta e meritatissima.  Carini! perché non schiattano loro? Qualche stronzo ignorante in meno sarebbe di ottimo auspicio…

 

Intanto, dopo un Natale che brilla della luce di una corsa all’accaparramento doveroso di doni, c’è chi approfitta dei saldi per rifarsi il guardaroba, ma se quella maglia striminzita costa solo 470 euro, anziché 500, perché fare la fila per aggiudicartela? Te la potevi comprare per Natale che ci facevi un figurone con la cognata invidiosa! Le pantofole che costavano 15 euro, sono in saldi ad un prezzo maggiore. Nella vetrina successiva vedo quei set da cucina con grembiule, strofinacci e presine, in stoffa stampata con babbucci e stelline rosse, ancora a prezzi esagerati. E’ passata anche la Befana. Speriamo che nessuno compri e che anche tutte le mutande rosse capodanno, un po’ mignottesche, rimangano invendute.

 

Intanto sono felice per non aver acquistato nulla di dolce, se non le tristi fette biscottate. Ancora devo togliere qualche decorazione e sulla pattumiera interiore è meglio non insistere troppo. Ci vorrebbe il Genio, ma quello della lampada!

 

 

                                                 Danis

 

 

 


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lunedì, 31 dicembre 2007

 

 

Pé li Santi Innocentini…

 

“Pé li Santi Innocentini, sò finite le feste e li quatrini”, diceva er Ciancica (vero nome Pietro), sempre con una raffica di parole e toni che gli hanno procurato questo nomignolo. Voce gutturale romanesca e logorrea incespicante, ma sostenuta da un austero doppiomento che sembrava fatto apposta.

“Si venite a casa, c’è ‘na bottija de sciampagne in fresco”. E figurati, tutto era grandioso per lui ed era alibi nobilitante l’assenza di istruzione, da palazzinaro figlio di palazzinari. Persino il presepe, nel salone, era assemblato con statue enormi. Una natività esagerata e l’abete fino al soffitto. Tutto caciara e quell’orgoglio di aver fatto mille lavori, ma in realtà solo giostrare, senza misericordia alcuna, quei soldi accumulati e nati da soldi, come succede a chi vive per questo e si dichiara indifferente e persino un po’ sprezzante nei confronti di chi campa di lavoro stabile: “Sarei morto a fà l’impiegato”…Lo diceva davanti a mio padre, un impiegato, del cui tranquillo “ventisette” siamo cresciuti, chi più chi meno, “sanza infamia e sanza lodo”, come si può intuire. Conosco er Ciancica da più di trent’anni. Da lui solo discorsi su quattrini e investimenti, e quella bottiglia eternamente in fresco con etichetta costosa. Mobili bar ovunque, uno in  stile “Elvis Presley” color rosa laccato, ad angolo, enorme.

La sua è famiglia di spose-bambine e nonne con le ciglia finte, di donne bionde da generazioni, e di affari che non guardano in faccia a nessuno. Case  comprate e rivendute, arraffate ai creditori, e affari immobiliari sempre in corso.

Ricordo un buffet per una festa da nulla, con i camerieri in livrea e calici in abbondanza, la stanza dei bambini piena di decorazioni, la baby sitter deferente.Tutto esagerato. La nipotina  portata a cena dal nonno per i suoi 7 anni, omaggiata di un bouquet di fiori: “’A più giovane ce l’avevo io e tutti a rosicà!”.

Incontro sua moglie all’inaugurazione di un locale. Mi siedo accanto a lei che sorseggia un caffè. Si tiene addosso la pelliccia. Mi sento fuoriposto tra quello sfoggio di educata convivialità, luci studiate ed abiti su misura, dal lusso di quel locale in cui non ho più messo piede. “Me la sò tanto goduta ‘a pupa”, e via a ricordare le sue nipoti ed i pronipotini che cominciavano ad arrivare…

“Anche sto Capodanno nun è passato inosservato”, diceva lui, gagliardo, molti anni fa, tirando su col naso, tra il cortile innevato e quel forno a legna, tavoli lunghissimi, camere da letto e bagni, una zona dedicata al biliardo ed il tavolo da ping pong.

Non molto tempo fa l'ho visto stanco. Da quando un incidente d’auto le ha portato via la donna che aveva sposato sedicenne e che venerava e teneva distante da tutto, meno che dal lusso degli abiti e da gioielli sbalzati alla Tutankamon, si è fatto vecchio e l’ho sorpreso per strada con un paio di pantofole chiuse, acciaccato e intimidito. Ciancica poco, adesso.

Quell’uomo tanto arrogante mi ha intenerito. Privato di quella donna ancora giovane che indossava le Superga argentate e pantaloni color albicocca, mi sembra l’ombra del tronfio che conobbi da ragazza. Sembrava ignorare tutto, lei, quasi fosse rimasta per tutta la vita un’adorata bambina, cui i figli facevano lo scherzo di bere acqua fingendo chissà che grappa…So che fa regali da poco, ora, per disaffezione più che per taccagneria.

Si scusa per le calzature di fortuna e dell'abbigliamento dimesso. Mi chiedo che cosa ne è del traffichino cincischiante.

Mi si stringe il cuore.

 

                             Danis


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