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mercoledì, 01 luglio 2009

LA MASCHERA DI CUOIO

(unu contu)

 

maschera

                                                                                    

Riporto una storia che sentivo raccontare da mia madre e dalle mie zie e che, a distanza di anni, ancora mi lascia una profonda tristezza.

Correva veloce e fiero sul suo cavallo. Correva sferzato dal vento, selvatico e sempre in fuga come bestia rabbiosa. Ne parlavano gli adulti durante le lunghe serate accanto al focolare, quando i piccoli dormivano stretti al seno materno ed i grandicelli erano ammessi, silenziosi e stupiti, ad ascoltare.

Si diceva che fosse stato un uomo bellissimo, dalla figura imponente, che aveva abbandonato il paese. Ogni tanto compariva la sua immagine che si stagliava , al tramonto, tra le rocce del circondario. Austero come solo chi ha nobiltà nella figura e dignità d’animo.

Aspettava il calare del sole per spingersi ancora più lontano, fuori dalla vista, oltre lo sguardo per nascondersi e riapparire e celarsi ancora, come anima mai placata.

Della sua storia, la gente riportava il sentito dire. Pare avesse molto amato la donna di un altro e non fece in tempo a portarsela via.

Qualcuno lo punì per sempre, sfigurandogli il volto con un’arma caricata a lardo ustionante che gli devastò l’aspetto e lasciò segni che celava dietro una maschera di cuoio.

Maestoso, deturpato per amore, quando l’amore è colpa che neppure la morte è castigo che basta al perdono.

"Unu Contu": un racconto della tradizione popolare.

La maschera è dell'artista Cesare Guidotti


postato da: xdanisx alle ore 22:22 | link | commenti (36)
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lunedì, 18 maggio 2009

Calma di tempo

Tempo di calma

Con Mascia.  

Chissà se continuerò a respirare l’aria densa, calda e sgradevole che offre la  città, ad un passo da binari e ferrovia, o le particelle luminescenti di un po’ di mare, sabbia in cui affondare, sole da cui ripararsi con vezzo d’abituccio stile anni cinquanta, una lettura smozzicata, un po’ di vecchie cose da sistemare. Dovrò comprare qualcosa di velenoso per chi attenta alla purezza dei miei fiori, e destinare l’ottopermille ad opere di beneficenza. Una cucina nuova, il servizio da caffè da tirar fuori dalla credenza, gli orecchini da regalare alla nipotina, per rallegrare ulteriormente il suo viso di  ragazza, meno pantofole in giro, forse, ed un accappatoio delicato, perché il tempo regala distacco dalle cose, insieme con la fretta di vivere bene ed una nuova maniera di stare in contatto con persone senza rincorrere chi si lascia ricordare per dolcezza. Gli occhiali nuovi per vedere meglio e per celare certe espressioni spente., voglia di camminare con le scarpe da tennis e tempo che si fa stanco di novità, eppure spera. Voglia di sfogliare giornate e, letti i libri degli amici, ricominciare con quelli che da tempo, vergognosamente, ignoro. Dalle avventure d’infanzia per carezza nostalgica, alle novelle che mi sfuggono, che se ne vanno via, come sdegnate, al mio passaggio veloce di straccio antistatico per polvere che fa il solletico agli acari. Il televisore è ancora buona, di quelli vecchiotti, di gran lunga l’elettrodomestico meno amato e più soporifero.

Un po’ per noia e anche per disaffezione al mio scrivere che non trovo più all’altezza di essere proposto; per la vita cui occorre cambiare l’abito per non riacciuffare i grovigli negli armadi che non hanno scheletri, ma larve scontente e satolle, per la malinconia di voler bene a chi non si può guardare negli occhi e di dovere solo immaginare chi merita affetto che passa su uno schermo con meccanismi che spesso mi confondono.

Per questi, ed altri motivi, aspetto che torni un po’ di serenità.

Potrei, per miracolo, ritrovare le parole quasi belle che un tempo sapevo scrivere, impararne di nuove, senza l’angoscia di compiacere o la fretta che induce a superficialità non desiderate.

Tornerò a trovarvi presto. Vi abbraccio di cuore e vi ringrazio.

                                                                        

                                                             Danis

  


postato da: xdanisx alle ore 21:47 | link | commenti (258)
categorie: pensieri di notte al computer
domenica, 03 maggio 2009

La Belva Del Deserto

(FRUTTUOSA INTEGRAZIONE)

  

mercato

   Lui è un tipo piccolino, il suo nome italianizzato è Aldo, ma potrebbe essere Abdul o Mohamed, o altro ancora. Da tempo gestisce, insieme ad altri due connazionali, una bottega di frutta e verdura a due passi da casa. E’ particolarmente simpatico e allegro. Nei negozi di questo tipo, che vendono cose buone e convenienti, non ci si formalizza se si tolgono le foglie esterne della lattuga o se si scelgono con calma i frutti uno per uno. Le buste sono gratis, diversamente che nei supermercati, che hanno prezzi più alti per prodotti simili e telecamere a circuito chiuso che vogliono dire: tu sei una potenziale ladra, attenta che ti becchiamo. Il saluto è sempre caloroso e i ragazzi si offrono di portare le buste pesanti in auto, senza problemi. L’omaggio di odori è internazionale e un po’ di prezzemolo non si nega a nessuno. Se la rucola non è tanto fresca, diventa omaggio della casa. Le signore sono accolte col sorriso e vedo tantissimi uomini che, in questo quartiere popolare, fanno la spesa con occhio esperto. Al muro molte cartoline e tanto da sfrugugliare, nelle cassette, come ci si trovasse al mercato generale.

   Aldo sta alla cassa, guarda appena il contenuto delle buste, pesa, fa calcoli rapidissimi e tira fuori scontrini in quantità. E’ velocissimo, e tiene la musica araba ad alto volume cantandoci sopra e muovendosi come Rocky Roberts in miniatura. Col mio cazzeggio infinito chiedo il significato dei termini di queste  brutture dal gorgheggio ondulante e punitivo per i timpani anche meno raffinati. L’ultima volta che ci siamo visti, rideva per la mia imbranaggine nel tentare una pronuncia che è piuttosto diversa dalla mia. Aldo non c’è più alla “Belva del Deserto”, mi dicono che si è trasferito e mi dispiace un po’.

   Ieri lo trovo vicino casa di mio padre, in un negozio, in piazza, dove prima c’era la sussiegosa Farmacia di dottori da padre in figlio come i Ciccarelli, fiscali e anche un po’ stronzi, che ricordo sempre zeppi di clienti, quando l’elimina code era inesistente. Aldo è sorpreso, mi abbraccia e mi dà i bacetti sulle guance, poi vede mio marito, anche lui affezionato cliente e, un po’ imbarazzato, ammolla abbraccio e bacio anche a lui. Scambiamo due parole festose. Mio padre, scopriremo di lì a poco, è chiamato “nonno” e ha quindi acquistato un “nipote” sveglio e canterino…Abbiamo il cesto di arance senza dover andare in galera!

                                                                         

                                                                            Danis

 

 


postato da: xdanisx alle ore 20:43 | link | commenti (78)
categorie: cazzeggio, fattarelli
sabato, 25 aprile 2009

Visita medica

***

   Mi è capitato, di recente, di ricorrere per la prima volta al servizio di una ASL con cui avevo concordato da tanto tempo un appuntamento. Nel centro che abitualmente mi segue i medici agiscono seguendo norme rigorose per quanto riguarda la privacy ed il buonsenso. Nessuno viene chiamato per cognome. Il curante si affaccia e viene incontro al paziente con un cenno. Sono anni che affido a questa struttura i miei patemi metabolici. Stavolta avevo bisogno di indagare meglio una serie di disturbi e sono stata ricevuta, a titolo di amicizia, da una dottoressa più propositiva in un centro periferico dove certe indagini sono possibili.

   L’entrata della struttura ha un numero enorme di barriere architettoniche e il tutto assomiglia alle costruzioni anni ’50, consumate dal tempo e dal continuo viavai. Il vetro della porta d’entrata già rivela un certo carattere “decadente”. Un cartello scritto con pennarello riporta la dicitura “La porta non funziona” e il tutto è tenuto insieme da strisce di nastro isolante color cachi, di quelli usati per le spedizioni di imballi, che fa supporre che contro quella porta si può sbattere anche la testa. L’accettazione ha uno o due soli sportelli e il chiacchiericcio è forte. Nella piccola sala d’attesa, a corto di sedie, si legge, sempre con pennarello aggressivo, un altro cartello: “Si prega di non mettere le urine sul banco”. Pare che non chiudere i contenitori sia un brutto vizio…Il bagno lascia a desiderare e nel foglio rilasciato dal centro c’è una postilla inquietante: “Si prega di attenersi ad una scrupolosa igiene personale”. 

   Mi guardo intorno. Una ragazza piange forte perché, dopo aver perso 25 chili, stavolta ha messo su 500 grammi. Qualcuno la consola e mi avvicino perché gli ambienti medici sono posti che frequento più di pizzerie, cinema, centri di conferenze, teatri…Le passo il solito fazzolettino di carta, ne porto sempre in abbondanza, e cerco di farle capire che non è il caso di tanta disperazione, anche se la vedo stanca e stressata. Una anziana signora indossa un abito decisamente anni ’40, in stoffa a fiori giganti con gonna che le si alza nel posteriore. Osservo i piedi della gente. Noto le tante caviglie gonfie e lo strazio di piedi malconci dentro scarpe un po’ arrangiate, sandali sopra pedalini e rossori nascosti come si può. Al muro, un poster che illustra brutte ulcere non rallegra affatto l’ambiente. Arrivano due extracomunitari che capiscono poco l’italiano. Viene loro spiegato come usufruire del servizio, con parole ad alta voce, ma questo non potrà certo renderli poliglotti. Ho la mia borsa con l’agenda ed i referti in una borsa chiara, da studentessa. Accipicchia, qui tutti hanno le buste del supermercato. I nomi vengono gridati. Se un disgraziato si chiama “Stronzo Alfredo” tutti possono dileggiarlo. Sono in ansia perché un altro studio medico mi attende nel pomeriggio e sono sveglia dalle 3 del mattino. Non c’è un distributore di merendine o bevande e vado a prendere un caffè in un bar un po’ distante, molto “sgarupato”. Alla fine la dottoressa mi fa entrare e ne esco con le idee più chiare. Ho un consulto veloce con un certo professore e una dieta incoraggiante. Corro via per la visita pomeridiana.

   Un pensiero mi rimane in mente. Al momento dell’anamnesi, l’infermiera che mi vede per la prima volta sembra conoscermi da tempo. E ad ogni mio elenco di accidenti risponde con grande partecipazione emotiva, come volesse darmi coraggio e conforto: “Poraccia, ma guarda sicche robba, er male nun se compra, però ammapete, nun te manca gnente…ecchedè, pure mì cognata…e mì cuggina, e mì madre…” Alla domanda che viene rivolta a tutte le donne, circa il menarca, l’età in cui sono comparse le prime mestruazioni, mi chiede: “A che età sei diventata signorina”? E’ un modo molto chiaro per farsi intendere, mi ricorda un detto d’altri tempi. Forse è un approccio gentile. Mi fa sorridere.

                                         

                                                 Danis

 


postato da: xdanisx alle ore 15:43 | link | commenti (65)
categorie: fattarelli
lunedì, 13 aprile 2009

Vacanze

traghetto                                                                                        foto di Danis

  Si andava a trovare i nonni, chiuse le scuole, e il viaggio era già un’avventura che ci metteva in piacevole attesa con molto anticipo.

  Il treno e poi il traghetto da Civitavecchia. Si provava un intenso stordimento di mare; di quel mare che, affacciati alla balaustra, guardavamo con indosso qualcosa di pesante per ripararci dal vento, in attesa che, alle undici di sera, la nave partisse con i motori rumorosi e la spuma che ipnotizzava. E già c’era vacanza nelle scale da salire in ordine, tra bagagli e famiglie con cui si scambiavano parole e speranza di mare clemente. Facevamo escursioni, noi bambini, tra i corridoi, spiando negli oblò, e i corrimano del  ponte erano bagnati e scivolosi. Le tende pesanti e un po’ sporche proteggevano il sonno degli emigrati che tornavano a casa, con giornate di viaggio alle spalle. C’era la voglia di gustare il tragitto e la mattina ci si accalcava per scendere a terra mentre gabbiani e portuali erano già in azione. Nei thermos il caffè. Odore buono di libertà e di lontananza da casa. Si sbarcava con il treno pronto e con i finestrini aperti da cui passavano valigie.

Ad Oristano ci aspettava Agostino, oppure si prendeva un pullman che si inerpicava su stradine tortuose che facevano sussultare mia madre e mia zia. Loro, tanto sicure e sempre forti, venivano prese da timori che solo da grandi abbiamo compreso, frutto di racconti d’infanzia che mettevano paura.

  I nonni erano ad aspettarci, sempre affettuosi. Poi noi ci toglievamo le scarpe e correvamo fuori, in strada, sul carro di buoi di Tziu Franziscu e, nonostante in casa nostra non si parlasse il sardo, capivamo tutto. Dalla camera da letto potevamo salire per una scala che portava nella soffitta, dove c’era tanto fresco, a curiosare tra provviste di grano e  ogni altro ben di Dio. Nel cemento di un gradino si vedeva l’impronta  dei piedini di Gabriella, la maggiore di noi sorelle, che mia nonna che l’aveva tenuta in braccio a lungo, quando da neonata aveva vissuto un bel po’ con lei insieme a mia madre, aveva a cuore in modo particolare e per questo piangeva lacrime buie di strazio con gli occhi ciechi, quando ripartivamo. La cucina aveva un bel  camino e recipienti e piatti in ferro smaltato. Il lardo appeso al soffitto a volte faceva colare gocce di unto. Antonietta arrivava con cose da mangiare, e faceva grande festa ai piccoli doni di mia madre. Scura, piccina e svelta, aveva un fazzoletto legato sotto il mento per ripararsi dal sole, mentre il nostro colorito chiaro era quasi il privilegio di chi non lavorava la campagna. Il forno a legna era in continua attività e nella bottega che vendeva di tutto ci mandavano a comprare decorazioni per  dolci, zucchero, pasta e ogni genere di cose. Le uova erano ancora calde del culo delle galline, cui mia nonna teneva tanto.

  In paese si passava davanti ad una povera donna che aveva una ragazza sfortunata, con capelli lunghi da pettinare, che portava i segni di un male che non si doveva capire e dava urli che facevano male. Ci strattonavano, i grandi, salutando di fretta…“Su bandidore” passava a dare notizie: “Attenziòone, attenziòone al baàndo”. Scrivevamo cartoline alle compagne di scuola e mio fratello passava intere giornate a scorrazzare con Graziano ed una volte si persero, facendo impazzire di preoccupazione tutto il paese. In cortile, sulle sedie in legno e paglia, si sedevano le vicine e c’era un parlare fitto fitto, con noi a curiosare…Ed io contavo, con le mie sorelle, l’intercalare di “ohi”, che uscivano fuori come sospiro di attenzione, di lamento nascosto, di partecipazione, al dire di mia madre. Le vecchie ci chiedevano, incuriosite, da quale famiglia venivamo, ed ero orgogliosa per il rispetto portato a mio nonno. Le donne camminavano veloci con gambe forti, in equilibrio, pronte alle sorprese del terreno e un cenno appena sussurrato significava tante cose: “basca”, cioè “che caldo afoso”, era come dire…“ciao, come stai, e come vanno i ragazzi, come crescono, come va il mondo, rimanete ancora. Don Murgia, il prete, abitava in uno stabile più alto e moderno, sopra la scuola media, e  poteva guardarci dall’alto e assistere al bucato presso la fontana in cemento e ai nostri giochi fantasiosi. Dopo la Messa si passeggiava e, abitando i nonni vicino alla chiesa, in tanti venivano a trovarci e c’era un viavai di vino e di dolci. Le nostre visite, invece, erano programmate con imparzialità, per non offendere nessuno. La sorella di Antonietta, Marrita, una volta passò che mia sorella ed io stavamo tagliando i pomodori e ci dissero che dovevamo fargliene assaggiare perché era in gravidanza, ed ai capricci delle gravide si dovevano gesti di attenzione.    

  Gabriella era amica speciale della sorella di Graziano e di altre coetanee, e tra di loro si scambiavano i segreti. Io ero ancora piccola per certe confidenze…Da grandicelle le cose cambiarono. L’età mi fece più graziosa ed i ragazzi si meravigliavano perché non c’era parola che mi sfuggisse, perché per la festa padronale mi univo a loro per i balli tradizionali, senza sbagliare troppo il passo. Mi facevano sentire bella, questi giovanotti, ed erano premurosi e con intenzione di ben figurare. Per la festa di San Basilio, un anno, venne un’orchestrina con una cantante brava e carina. Suonavano i lenti ed io avevo  accanto un ragazzo di cui non ricordo il nome, che mi piaceva tanto, ma non ci riuscì di scambiarci un bacio. Segnai l’indirizzo su un foglio di carta e mia zia affacciata al balconcino mi sgridò.  Aveva avuto un suicidio in famiglia e bisognava tenerlo lontano…Ci furono solo cartoline e pensieri, non si osava altro. Forse mi innamorai, con un forte senso di peccato che martellava forte. Tutte le mie sorelle ebbero più fortuna con amori ricambiati, io mi sentivo già perdente e mi vergognavo di tutto, ma una notte un corteggiatore burlone mi fece una serenata. “Ischìdadi, Sabina, ischìdadi”: “Svegliati”…Fui costretta a non uscire dalla stanza. Mia madre si alzò e si fece spazio nell’oscurità tra il basilico che nonno teneva in balcone in un grande fusto di latta e, fingendo una severità che non ci convinse, lo rimproverò e scagliò  una vecchia spazzola nella direzione del mio ammiratore, che rispose: “Signora, se vuole, la spazzola posso rendergliela”, e lei rise.

 

  Il tempo ha aggiunto anni e molti altri viaggi, tanto più comodi, in aereo. Ma niente più serenate, da allora…

                                                                        Danis                    

 

    

 

 


postato da: xdanisx alle ore 20:33 | link | commenti (68)
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martedì, 31 marzo 2009

SACROPROFANO

                                                                                       

sabcaffè

La ragazza prepara caffè ricchi di schiuma e cacao in tazze di vetro che aggiungono soddisfazione visiva ad un piacere, come un bacio profondo davanti ad uno specchio…E’ molto magra, ha capelli biondi raccolti dietro il berretto di tela, brillantino sulla narice, si muove vezzosa ed  ha sempre  qualche confidenza su “er mì regazzo”.  Mi mostra caviglie affaticate e già una volta le asciugai lacrime d’insofferenza verso questo lavoro, molto ben dissimulata se c’è gente nel locale. Sembra ribellarsi a qualcosa di troppo grande per la sua fragilità, nonostante tanta vita ancora da costruire. “Nessuno fa colazione come lei”, mi dice una volta, mentre bado a non mandare briciole sul pavimento, in un istintivo gesto analogo all’inchino gentile nel bere acqua dalle fontanelle di Roma, per evitare di dare il sedere al vento o alla vista.

Decidiamo di visitare la Basilica che ospita le spoglie di una Beata di cui la mia amica è devota. Mentre chiude lo sportello della macchina ci lascia un dito incastrato, ma non si lamenta. Rimane in apnea, ma il dolore le passa e ridiamo, mentre attraversiamo il mercato nell’ora più vivace. Entriamo poi nella chiesa e l’invito a tuffare la mano nell’acqua santa che è rinfrescante e lenitiva (seppur presumibilmente piena di germi). L’avviso che un miracolo potrebbe guarire il dito maldestro.

santa bambina

La Beata è una ragazzina i cui resti sono conservati accanto ad un reliquiario che sembra una vetrinetta di piccolo, delizioso, modernariato. I balocchi sono di latta ed alluminio: piccole caffettiere, cuccume e tazzine smaltate con disegno di rose, un cesto in vimini da pic-nic in miniatura, la sua bambola. Bene in vista i  temi scritti a  penna stilografica in cui parla di Dio in modo troppo profondo per quell’età piccina. A soli sei anni, un osteosarcoma se la porta via con un Cristo immenso nell’animo, seppure imparaticcio come i ricami dei suoi vestitini, chè l’infanzia è periodo di giochi e non di un dolore inconcepibile offerto per i peccati altrui. Avviso la mia amica che  pregherò per noi, innanzitutto, e poi solo per chi ci vuole bene. Entra in azione la mia spiritosaggine per non ammettere che sono turbata dal dolore vissuto da questa coraggiosa fanciullina dalla sorprendente fede.

Stazioni di Via Crucis: le scritte sono semplici da tradurre, così evito brutte figure. I reliquiari sono pregiati doni di una nobildonna e i ragazzi in gita, con zaini e fretta di uscire, polpacci tatuati e un pulmann che li aspetta, stonano tra la Pietà marmorea, la riproduzione della Sindone e lo struggente Cristo in legno che sembra sottratto al set di Mel Gibson. Le suore scrivono paroloni sul libro dei ricordi e svolazzano come neri, silenziosi uccelli. Da ficcanaso quale sono, leggo dei buoni auspici per tutti i bambini del mondo e mi assale ancora il tema del dolore innocente. A casa avrò qualcosa da fare per stornare la tristezza degli ex voto ricamati a mezzo punto col ritratto della Santa, che ha un vestitino con carrè in volants.

Fuori c’è dolcezza d’aria che cerco di conservare nell’animo per i momenti di sconforto e faccio incetta di sole. Vorrei profanare quel senso di santità che ho appena respirato con tanta voglia di vivere ed esagerati desideri. E stavolta un caffè schiumato è troppo poco.

                                                                                        

                                                                                                                                      

 


postato da: xdanisx alle ore 17:34 | link | commenti (71)
categorie: caffè santo
mercoledì, 18 marzo 2009

Piantocanto

(Notte su Splinder)

tram1

Si fa giorno con pensieri impoveriti e dedicare tempo proprio a chi il tempo lo erode obbliga ad una continua ricostruzione, come i buoni propositi che comparivano nelle letterine da mettere sotto il piatto, con la porporina incollata.

Comincia a mugugnare la mattina, a porre domande, mentre oramai, come interlocutrice dispettosa, obbliga a piccole consapevolezze.

Ed i grandi temi esistenziali, le questioni seppellite dentro fogli di vecchi libri, tornano con l’ingenuità di una nuova esistenza, quella della commiserazione.

E’ proficuo il distacco dalla materialità, frutto dell’età che si avventa con la cattiveria delle streghe e dei lupi cattivi, ma tutto fa spazio a malesseri improvvisi come  fastidi di ruvida lana che con l’umidità diventa un cilicio senza riscatto o pentimento.

Arrivano sogni da decifrare e l’assillo di ricordi, di nostalgia.

Ritorna appieno, come consolazione degli afflitti,  quello  spazio accanto alla fermata del tram, uno scampolo di muro destinato a quell’abbraccio cui è seguita una lettera che quella vicinanza esaltava, con la sommessa eppur frenetica amorevolezza degli anni troppo giovanili per un istante breve che diventerà eterno.

Chissà cosa rimane se la notte diventa momento di ticchettio forzato. Orologio e tasti in sincronia consumano ciò che ci spetta.

La tristezza è un sentimento degno di essere coltivato senza farne punizione per nessuno. Rimane, in queste notti, una comunicazione innaturale che spazientisce ed a volte inganna.

Non più sguardi da scambiare e voci che arrivano dritte ai centri dell’emotività, del riso e del pianto, non più attese, gettoni, fogli da riempire e frasi da annotare ai bordi di un libro, neppure un orario di cena o un richiamo materno, e nemmeno speranze e aspettative per quando si diventerà grandi.

E’ passato il più, ora ci sono persone lontanissime e pensieri non condivisibili, rimpianti e vecchie foto, segreti da coccolare. Mi viene incontro un mondo che nasconde qualche morso pericoloso.

Non apprezzo i fiori che mi vuoi offrire al ristorante, non voglio rinunciare a due parole da scambiare senza preoccupazioni o ipotesi snervanti. 

Penso alle amicizie consunte, alle persone che mi hanno lasciato per sempre ed alla bella stagione che aveva carezze e camicine leggere; ed ora si rinuncia a farsi belle, con un frettoloso taglio di capelli per risparmiare tempo, denudando le spalle con crescente imbarazzo, per reinventare ancora l’imbroglio di cavarsi gli anni, come fossero vergogna e non esperienza da spartire, come si trattasse dei formaggini al cioccolato, appiccicaticci nella stagnola dorata, da far fuori in fretta, nell’ombra del cinema parrocchiale.

         

                                                                   Danis


postato da: xdanisx alle ore 18:30 | link | commenti (79)
categorie: pensieri di notte al computer
martedì, 17 febbraio 2009

TUTTI INNAMORATI

ovvero

INNAMORATI DI TUTTO

 

 

foto 060

Chissà, forse è la neve che abbaglia di bianco e la paura del ghiaccio notturno che ci fa accostare con gesti affettuosi. E si lasciano impronte, là fuori.

Le premure di sciarpe da prestare e caffè sul fuoco da servire. Cuori di cioccolata per galanteria e niente plastica, ma calici per un vino da accoppiare con la bella grigliata.

La vecchietta della cantina, dove l’assaggio era amichevole consuetudine, ci ha lasciati per sempre.

La grappa ha scaldato molto, insieme alle comodità di tutto quello che noi “gente di pianura” consideriamo indispensabile.

Silenzio. Il cielo assolato può, in un istante, sciogliere il ghiaccio dal tavolino del terrazzo.

Il camino è l’orgoglio della casetta ed il dolce decorato con zucchero velato è l’omaggio per la compagnia che ha bisogno, spesso, di allontanarsi dalla città e ricomporre quel “lessico famigliare” ed arricchirlo nel ricordo, aggiungendo confidenze e tanto altro. Così mi piace tornare ancora, con leggerezza di parole e l’attesa.

Riusciremo ad avere la primavera vera, quella dell’anima?

 

foto 057                                                                                                                        foto di Alb


postato da: xdanisx alle ore 20:53 | link | commenti (108)
categorie: famiglia, rientro, vinodolce
martedì, 27 gennaio 2009

Due poesie, solo pochi versi di due cari amici che hanno appena pubblicato.

 

 

foto 027 

 

Le storie caduche

 

Si adunano

vanno in tondo, nel giardino

le foglie, come le nuvole

nel cielo. Uno stesso vento

coglie le memorie:

anche le storie flettono,

al tempo d’autunno.

 

(Giovanni Imperato – D’amore e d’altro)

 

 

 

Sud

 

Rotolano frammenti sulla via

nel deserto vento notturno,

e il tempo ha colori d’ocra e d’ulivo,

come in un arcobaleno

inconcludente.

 

(Luigi Capozza – Il Sud non sa leggere)

 


postato da: xdanisx alle ore 22:08 | link | commenti (72)
categorie:
mercoledì, 14 gennaio 2009

Con molto piacere propongo agli amici la recensione di Matteo Tassinari al libro Umberto Dei. Biografia non autorizzata di una bicicletta, di Michele Marziani. Matteo è certamente noto anche in rete dal momento che le sue doti di originale scrittore e acuto giornalista gli hanno procurato non pochi affezionati estimatori.

                                                                          Danis

Chi è o cos’è “Umberto Dei”?

E’ ciclo infinito dal quale è impossibile

uscire se non con una inizializzazione di

sistema. E’ goccia e cristallo che fugge                   libro Umberto Dei

dal mar morto delle sinistre novecentesche,

che si ostina nella ricerca di vita e dei movimentismi.

E’ bicicletta (e “persona”) e comunanza.

E’ il contrario di uno. È principio di realtà,

si muove agile, veloce, mutevole perché sa, a

differenza dei generali di brigata,

che la più grande delle disfatte è già

alle nostre spalle. Sorvola la storia e

impara la distinzione, l'eccezione e la discrezione.

Non tollera la retorica, il populismo, le messe

cantate, le liturgie borghesi e le autoassoluzioni.

Si nutre di contemporaneità, di curiosità, di

pragmatico radicalismo. Umberto Dei è moderno e arcaico.

E’ culture, linguaggi e conflitti dentro e

oltre l'anno zero che mette al centro la ricerca, il

racconto, la costruzione di senso scritturale, la passione,

la comunità, il globale, il noir poetico, l’appassionato lirismo,

la memoria e la geografia, l'io, il

noi e l'es. Sbeffeggia gli oracoli

della globalizzazione e si interroga, a suo modo,

sulla profondità della crisi sociale e culturale

che attraversa il pianeta. Osserva i disastri       

e le sconfitte. Ha provato spesso

a interrogarsi sulla direzione di marcia del

globo, del ritorno della via della seta e del

rinascimento, senza per questo tralasciare

il volgare consumismo delle

nazioni che dettano legge. Parla di lingue e dialetti.

Si nutre di parole quasi o ormai dimenticate

tra terra e comunità. E’ una goccia che

arranca alla ricerca di acqua e ha come unico

obiettivo il tuffo e la mescolanza, il gorgo e la

corrente, il fluire e il corrodere.

Traversamento icastico dell'apocalisse

contemporanea.

E’ residuo, margine, pura testimonianza.

Si piace, ma non cerca consenso. Ostinazione a esserci,

resistenza agli urti con grande capacità di riconciliazione.

Umberto Dei è in onda, un’altra volta un’altra onda.

Ascolta osserva e tifa autonomia. Si fida

dell'onda, ne rincorre traiettoria e deriva

tra generazioni e partecipazione. Spera che

l'onda pratichi la formattazione e un nuovo

inizio, oltre le colonne d'Ercole della nostra

memoria.

di Matteo Tassinari

 

                                   Umberto Dei è moderno e arcaico

Ci piace pensare che esistano ancora sognatori che traggono ispirazione e dedicano storie a questo meraviglioso mezzo

La presentazione. Umberto Dei non è una persona. È una bicicletta. Anzi, un mito. E intorno a lei si snoda il romanzo di Michele Marziani, il cui protagonista, Arnaldo Scura, lascia un remunerativo lavoro da broker finanziario per fare il meccanico di biciclette. Il negozio di Arnaldo a Milano diviene crocevia di incontri, amori, pensieri, avventure. Fino a tingere di giallo le vicende di Nas, giovane studente afgano, aiutante del protagonista nella riparazione delle biciclette, ma soprattutto nel restauro delle Umberto Dei. Il finale, sorprendente, squarcia con ironia il pesante velo dei pregiudizi verso gli immigrati. Un tema caro all’autore, insieme a quello delle rivolte degli anni Settanta che, presente nel romanzo d’esordio “La trota ai tempi di Zorro”, torna, in tutt’altro contesto, anche in questa nuova prova narrativa di Marziani. Lo scrittore riminese si conferma abile nel trattare con competenza e leggerezza - senza cadere nell’ideologia e nel buonismo - problematiche attuali, dense e troppo spesso evitate da chi scrive romanzi. Il linguaggio utilizzato, una sorta di monologo interiore in cui le parole degli altri non sono chiuse tra virgolette ma inglobate nel testo, consente lo scorrere dolce e veloce di una storia che ha il sapore di una favola contemporanea, poetica e reale.

L'incipit. Quando ho visto brillare gli occhi di Nas di fronte alla mia Umberto Dei allora ho capito: la cultura è universale, altro che storie. È successo un pomeriggio di quelli in cui la luce nella bottega entra di taglio, quando il cielo è pulito e si sente il profumo dei glicini sul naviglio. Il ragazzo è entrato e sembrava un marocchino come gli altri, quelli che vengono a vedere se possono mettersi a posto la bicicletta coi tuoi attrezzi e se va bene ti lasciano un paio di euro, sennò si portano via pure una chiave o le pezze col mastice. Di solito non m’importa e li lascio venire. Non mi piace che di questa città si dica nel mondo che c’è diffidenza. Anche se a dirla per intero sarebbe pure così, ci si guarda tutti con un po’ di sospetto, anche qui sulla Martesana. Ma io vengo da un’altra vita, ho imparato che è meglio farsi portar via una chiave che lasciare la gente a piedi in mezzo a una strada.

L'autore. Michele Marziani è nato nel 1962 a Rimini dove attualmente risiede.  Ha vissuto a lungo sul lago d'Orta e a Milano. Umberto Dei” è la sua seconda prova narrativa dopo il romanzo di esordio “La trota ai tempi di Zorro” (DeriveApprodi). È autore anche di diversi libri di viaggi, vini e cibi.

 


postato da: xdanisx alle ore 18:35 | link | commenti (82)
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